lunedì 21 luglio 2014

L’Europa, questa sconosciuta





Oggi l’Europa, o meglio l’Unione Europea, è argomento ostile, quasi fosse la colpevole aggregata unica della crisi globale che ha colpito l’Occidente.

Si parla di fiducia, di condivisione e di sistema di rigore che impone “lacrime e sangue” per risanare bilanci e salvare gli Stati più in deficit, vedasi Grecia (ma non solo). “L’Europa impone” e fra le righe si legge “Germania dice che” e, così, ci si sente vassalli di un reame più che Stati membri di un’entità economica e politica unitaria.

L’Inno alla gioia pare ormai un ironico e sardonico canto del cigno per un’unità disomogenea che stenta a “prendere il volo”.
I media fanno rimbalzare in loop le parole: crisi, tassazione, disoccupazione e similia, concludendo che manca la “fiducia, la base di tutti i rapporti umani in senso trasversale e circolare.

Fidarsi non è per nulla scontato, né semplice in un momento come questo, dove si sgretolano tutte le assodate certezze sul presente e sul futuro, ma viene a deficere a monte qualcosa di ancora più essenziale, a mio avviso, la capacità di sentirsi uno Stato sovranazionale unico formato da macro regioni.

Si dovrebbe prendere a modello un sistema statale di tipo americano, dove, a discapito delle differenze locali, vi è un’unità forte rappresentata dal suo presidente e dal fatto di sentirsi prima di tutto “americani”, di fatto, poi, pure loro sono un melting pot di recente storia ma non è un limite, semmai, un fattore di coesione ulteriore.

All’Europa manca l’orgoglio di appartenenza e una vera regia unitaria a livello economico e politico, senza una predominanza di uno, o pochi paesi; le decisioni e i piani programmatici d’intervento per la crescita dello Stato Europa dovrebbero costruirsi in ottica corale e a vantaggio di tutti, o meglio di una, l’Europa.

Per diventare davvero un colosso competitivo sui mercati mondiali, potenziando, di fatto, l’euro e la sua “zona” bisogna abbandonare i particolarismi e usare la logica razionale economica della scelta dell’eccellenza: di idee, di progetti e di sistemi economici e produttivi, per arrivare ad un’uniformità che possa migliorare la qualità della vita attraverso la crescita.

Fondamentalmente noi italiani recepiamo poco, male e tutto il positivo lo lasciamo fuori dalla porta, nascosto sotto lo zerbino, per non cambiare il nostro modo di fare tuttoitalico d’ancien régime: burocrazia d’altri tempi, balzelli d’ogni tipo, irregolarità, clientelismo, difficoltà d’accesso al credito, scarso sostegno alle imprese, concorrenza irrigidita e si potrebbe andare avanti all’infinito.


Se si selezionasse in modo ottimale e super partes tutto ciò che di meglio esiste sul suolo europeo, se si imponessero leggi sovranazionali in materia economica e di sviluppo concreto recepite in modo unitario da tutti, se l’economia fosse il perno d’unione a saldare tutte le cellule verso obiettivi comuni e condivisi si potrebbero finalmente raggiungere standard uniformi di qualità della vita, ridisegnando la cultura della sostenibilità in tutte le declinazioni, oltre la crisi.









B. Saccagno