mercoledì 16 luglio 2014

Intervista a Livia Civitelli




Biologa
Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale IKE  dell'Università di Linkoping Svezia



In Italia la ricerca è considerata un fanalino di coda dell’economia del paese, in realtà è il motore propulsore di una nazione e della sua cultura.
La crisi sta mettendo a dura prova i nostri atenei e il loro ruolo: quello di tramandare, trasmettere e di creare conoscenza, attraverso la ricerca e l’innovazione in tutti i campi.
La riforma introdotta dal DDLGelmini (approvato il 30/11/2010), invece di migliorare le cose, come si proponeva in origine, ha accresciuto il precariato e reso più difficile “fare ricerca”, che ribadisco è essenzialmente un atto economico (i brevetti e le innovazioni si vendono sul mercato, forse, chi di dovere non se lo ricorda…).
Tu sei una ricercatrice, vuoi darci la tua opinione critica in merito al DDL in questione, chiarendoci quali sono i punti in negativo, da eliminare o correggere, e quali in positivo, che andrebbero salvati e potenziati per dare davvero impulso alla ricerca universitaria in Italia?

«Nella riforma Gelmini c’è il tentativo di fare dell´Italia una nazione più vicina all’Europa.
L’idea dei ricercatori a tempo determinato esiste già da tempo, negli Stati Uniti per esempio l’unica posizione a tempo indeterminato è quella del FullProfessor, l’equivalente del nostro Professore Ordinario. 
C’è, però, da dire che il posto a tempo determinato è garantito: dalla dinamicità della ricerca; dal fatto che le università, così come gli istituti di ricerca, investono in questo settore e riescono a reperire fondi da usare per offrire servizi e mantenere posizioni quali quelle dei Ricercatori, Professori Associati o Ordinari; creano un ambiente stimolante dal punto di vista delle facilities (apparecchiature, computer, collaborazioni).
Il DDL Gelmini ha portato ad esaurimento i posti di ricercatore a tempo indeterminato, sostituendoli con quelli di ricercatore a tempo determinato, i cui contratti possono essere rinnovati per una sola volta oppure affatto a seconda dell’inquadramento.
In Italia, la posizione a tempo determinato prevede, quindi, che allo scadere del contratto si debba essere chiamati da un’ università a ricoprire il ruolo di Professore Associato, ma se la chiamata non arriva la carriera come ricercatore si blocca, perché la possibilità che il contratto, anche solo come ricercatore a tempo determinato, sia rinnovato non é contemplata nel decreto legge.
Questo aspetto del DDL è aberrante, ed è assolutamente lontano dalla nostra realtà universitaria. 
Le università, infatti, non possono sostenere la chiamata per il ruolo di professore per  tutti i ricercatori e, quindi, perché ci deve essere preclusa la possibilità di continuare a fare ricerca nel ruolo di ricercatore anche se a tempo determinato?
Il tentativo di rinnovare l’assetto dei ruoli universitari è giusto, ma il messaggio che a mio giudizio viene recepito è che è meglio intraprendere un altro tipo di carriera, svalutando sempre di più l’idea stessa di fare ricerca».

In Italia tutti parlano di “meritocrazia” ma è una “Morgana nel deserto”, purtroppo, rara come le “mosche bianche” e questo è un fattore limitante, che pesa come un macigno sulla considerazione del nostro sistema scolastico (e non solo) all’estero.
Dare valore esclusivo alla meritocrazia, alle capacità, alla professionalità e alle buone idee sarebbe veramente un passo avanti per dare impulso al “saper fare”, alla cultura in tutte le sue declinazioni (economia compresa).
Qual è il tuo pensiero in merito?

«L’Italia è un paese complesso che ha intrinseche molte situazioni consolidate che, ora, sono difficili da scardinare.
Una di queste è sicuramente la discendenza baronale in termini universitari, che, se prima si tramandava di padre in figlio, ora si tramanda da professore universitario in studente/ricercatore che rimane devoto dopo anni e anni di gavetta. 
La meritocrazia non ci appartiene ed è un fatto culturale, purtroppo.
Quando si tratta di scegliere ha maggior peso la persona devota rispetto alla persona con buone idee, perché così la competizione è azzerata, il professore, o capo che esso sia, rimane l’unico indiscusso protagonista della scena.
Questa situazione di staticità si riversa nella ricerca ma anche nella carriera, in entrambe é difficile emergere, questa è anche la ragione per cui molti ricercatori lasciano l’Italia.
Come si può trovare soddisfazione personale in un lavoro che é già duro di per sé e richiede sacrifici se non ci si sente liberi di esprimersi?

A mio avviso l’errore macroscopico dei governi italiani (ossia di tutti quelli che si sono susseguiti dagli anni ’80 ad oggi) è l’aver distrutto, o quasi, il nostro sistema economico “misto
(una commistione fra pubblico e privato, organizzato in distretti con realtà produttive medio/piccole) spingendoci verso un “capitalismo” estremo che non è adatto né alla nostra mentalità, né alla nostra economia.
Le imprese pubbliche, scuole (di tutti i livelli e gradi) comprese, sono state trasformate in aziende che devono tendere al profitto, riducendo, di fatto: offerta, sussidi, qualità e ruolo sociale, che sono i principi fondamentali del bene pubblico.  
Così, le università, per sopravvivere, sono state costrette ad utilizzare strategie di marketing inadeguate che hanno moltiplicato offerte poco credibili e scarsamente aderenti al mercato, ridotto i servizi agli studenti e le borse di studio e, ovviamente, tagliato i fondi alla ricerca.
Manca, prima di tutto, una logica ponderata fra la necessità di ridurre gli sprechi e amministrare in modo ottimale le risorse e la necessità di mantenere forte e chiaro il ruolo sociale delle università,  sviluppando una pianificazione puntuale e razionale degli investimenti, di capitale ed umani.
Quali sono, secondo la tua esperienza diretta, le vie possibili da seguire per cambiare la situazione contingente, pianificando gli investimenti verso la crescita?

«Le Università sono state chiamate a cambiare il loro modus operandi: si sono trasformate in aziende e come tali hanno cominciato a competere sull’offerta formativa e sui servizi da offrire, si sono moltiplicati i corsi di studio perché questo poteva essere una “attrazione”, ma nello stesso tempo si è cominciato a vivere un periodo buio di svalutazione dell’Università, del suo ruolo di “fonte di sapere”.
Ora si sta lentamente tornando ad una situazione di normalità, questo segnale arriva innanzitutto dall’accorpamento dei Dipartimenti e dalla nuova riduzione dei corsi di laurea dopo l’espansione degli anni passati.
Questa linea di ridimensionamento serve principalmente a ridurre gli sprechi, a far sì che si riescano a tenere più sotto controllo le amministrazioni e soprattutto i soldi gestiti da queste. 
Il mio parere è, comunque, che non é tanto importante che le Università offrano tutti i corsi di Laurea, quanto che ci siano dei corsi di laurea dove le Università riescano ad eccellere.
Se guardiamo all’Europa e agli Stati Uniti, le Università sono così strutturate e offrono “servizi” mirati. Questo perché è più facile gestire pochi corsi riuscendo a renderli eccellenti.
So che sarebbe una rivoluzione in termini soprattutto mentali, non siamo abituati a pensarla così, ma credo che sarebbe l’unico modo per ridare alle Università il ruolo esclusivo di fonti di conoscenza e sapere.
 Inoltre, le Università devono chiedere di più ai loro dipendenti, i ricercatori devono pubblicare e questo deve essere un “must” nell’ambito universitario; pubblicare vuol dire costruirsi un curriculum vitae che permette di sottomettere progetti e se il progetto viene approvato l’Università incassa dei soldi che può investire nelle  facilities, nelle conferenze, oltre che ricevere dei benefici in termini di prestigio.
Quindi, io dico che bisogna focalizzarsi e pretendere che il Sapere sia il fine ultimo dell’offerta formativa, per ottenere questo bisogna che le amministrazioni pretendano che ogni singola persona sia funzionale a far sì che l’Università acquisti una linea educativa specifica e tenda sempre più verso l’eccellenza.
L’altra necessaria rivoluzione, nella quale dovrebbero seriamente investire le Università  è l’inglese, non è possibile che gli studenti di nuova generazione non parlino inglese, né che i professori non siano all’altezza di sostenere lezioni e discussioni in inglese.
Io credo fortemente che questo precluda molte vie e dovrebbe, invece, essere imposto. L’inglese è la lingua usata ad ogni livello in campo internazionale:  ai congressi, negli scambi culturali, per sottomettere progetti. 
Molte persone non si sentono all’altezza anche perché manca loro una buona preparazione nella lingua inglese, questo è uno svantaggio per la persona di per sé, ma anche per le Università che non formano persone competitive che si sentono pronte ad interfacciarsi con la realtà estera.
Io credo sia una forte perdita, perché le Università dovrebbero sempre di più provare a creare un circuito di scambi culturali, dovrebbero pensare più in termini “espansionistici”.
Se l’investimento economico e sociale da parte delle Università è mirato allora possiamo essere certi che un risultato si ottiene, sia in termini formativi per gli studenti che in termini di prestigio per le Università, io credo fortemente questo sia un punto fondamentale».

Per i ricercatori le esperienze professionali all’estero sono un atto dovuto e doveroso per ampliare orizzonti e vedute, per arricchire e migliorare la propria professionalità; in Italia è soprattutto “una fuga di cervelli”, costretti ad andarsene per poter lavorare nel proprio campo, spesso senza ritorno “a casa”, una perdita immensa a livello economico.
Anche tu presto ti trasferirai a lavorare all’estero, perché hai fatto questa scelta e cosa speri per il tuo futuro prossimo?

«Il tempo che sto dedicando a questa intervista arriva quando mi sono già trasferita a lavorare in Svezia.
La mia scelta è stata fondamentalmente dovuta al forte desiderio di fare carriera, ma questo non deve essere visto in termini negativi, ma solo nel giusto senso di voler cambiare il proprio ruolo nel momento in cui si acquisisce esperienza e professionalità.
L’Italia questo non lo permette.
Se fossi rimasta avrei continuato a lavorare in un laboratorio di ricerca con il mio ruolo che non può e non deve essere lo stesso di cinque anni fa, quando per la prima volta ho ottenuto la posizione di post-doc.
Non è facile per me pensare di rientrare in Italia e se mi capiterà una buona occasione per proseguire nella ricerca con una posizione consona alla mia professionalità eviterò sicuramente di farlo».

Cosa significa fare ricerca, in termini economici, e quali sono le differenze nel presentare, e sviluppare, un progetto di ricerca in Italia e all'estero?

«Reperire fondi è diventato un problema ovunque, non ci sono paesi europei o extra-europei che non abbiano dovuto fare i conti con questa inversione di tendenza.
Ci sono poi sicuramente settori della ricerca dove è più facile ottenere finanziamenti e settori più di nicchia, dove, invece, reperire fondi è impresa ardua.
Al di là dell’applicabilità o meno della ricerca, fare ricerca è comunque qualcosa che deve essere salvaguardato, perché è alla base dell’innovazione e della scoperta.
Si possono raccontare infinite scoperte avvenute per caso, ma in realtà niente avviene mai per caso, perché dietro c’è sempre qualcuno che ama “ricercare”.
L’economia di un paese ruota anche attorno a questo desiderio di conoscere e scoprire, invece in Italia la ricerca è vista come qualcosa nella quale non vale la pena investire.
Credo che la maggior pecca dell’Italia sia quella di pensare che la ricerca debba dare dei risultati immediati, questo non è possibile, la ricerca richiede tempo e, quindi, anche denaro e investimenti: questo credo sia il concetto che bisognerebbe scardinare.
Inoltre, l’Italia è uno dei pochi paesi al mondo che non attrae ricercatori dall’estero, non siamo in grado di sostenere la ricerca per i ricercatori italiani, come possiamo indurre qualcuno a venire a lavorare in Italia? 
Questa incapacità del nostro paese è una grave perdita, perché attrarre ricercatori fa sì che si possano creare network internazionali che darebbero impulso alla ricerca in generale.
Ottenere finanziamenti oggi significa anche avere collaborazioni estere, perché bisogna avere le idee e saperle sviluppare in maniera interdisciplinare e questo, molto spesso, richiede la collaborazione tra più gruppi di ricerca.
Se l’Italia rimane chiusa in sé stessa non sarà mai possibile impedire ai ricercatori italiani di spostarsi all’estero portandosi dietro anche le proprie idee».

Sia tu che tuo marito siete ricercatori, in campi diversi, giovani e avete una famiglia, una scelta molto coraggiosa in tempi di crisi, dove mancano certezze e si sta assottigliando la capacità di credere e sognare nel futuro.
Cosa vuol dire essere una giovane famiglia di ricercatori, oggi, in Italia?

«In Italia si fa fatica.
Sia io che mio marito siamo rimasti “scoperti”, ovvero senza stipendio, per diversi mesi.
Io ho dovuto affrontare la seconda maternità in un momento di totale assenza di stipendio, forse io e mio marito siamo due sognatori, forse c’è anche da dire che abbiamo una grande forza di volontà, ma le nostre energie sono state messe a dura prova.
Arrivati alla soglia dei 40 anni non è facile continuare a guardarsi allo specchio e vedere che non ci sono stati progressi in campo lavorativo.
Abbiamo deciso di costruirci una famiglia a prescindere dalla situazione lavorativa precaria, però ad un certo punto abbiamo anche detto che forse meritavamo di trovare un’alternativa migliore che ci permettesse di vivere una vita migliore».
  
Infine, cosa ti auguri per il futuro prossimo, per te e per i tuoi figli?

«Purtroppo la scelta di trasferirmi all’estero è stata una scelta che ho fatto anche per i miei figli, per dare loro la chance di potersi sentire un giorno soddisfatti del loro percorso lavorativo.
Mi auguro di poter dire lo stesso». 








    
B. Saccagno