mercoledì 16 luglio 2014

Intervista a Alessandro Barbero




Professore di Storia Medievale all’Università del Piemonte Orientale, scrittore



Alessandro Barbero è professore universitario, con una lunga e brillante carriera nel campo della ricerca e dell’insegnamento di una materia meravigliosa quale la storia medievale. 
Come, e quando, è nata la voglia di diventare anche un romanziere di successo?

«Beh, intanto puntualizziamo, a me non è venuta, a un certo punto della mia vita, la voglia di diventare un romanziere di successo, mi è venuta la voglia di scrivere dei romanzi, senza affatto sapere se avrebbero avuto successo, anzi, senza sapere neanche se sarebbero stati mai pubblicati.
È successo abbastanza presto nella mia vita, dopo la metà degli anni Ottanta, quando mi avvicinavo alla trentina, ero già storico di mestiere, scrivevo per mestiere - ma libri e saggi di ricerca, di taglio accademico, che è quello che innanzitutto gli storici devono scrivere - e mi sono reso conto che certi argomenti vivevano dentro di me, mi appassionavano, mi spingevano a leggere continuamente, a cercare continuamente nuove notizie, e si trattava però di argomenti sui quali non avrebbe avuto senso che io, medievista, mi mettessi a fare ricerca; e dunque a forza di accumulare letture, fotocopie, schede, ritagli di giornale mi è venuta spontanea l'idea di farne dei romanzi.
Quegli argomenti erano la battaglia di Jena del 1806, e la perestroika di Gorbaciov, che non era un fatto storico, ma stava accadendo in quegli anni.
Di lì sono nati i miei due primi romanzi, a cui ho lavorato in parallelo per un decennio, anche se poi ho finito prima Bella vita e guerrealtrui di Mr. Pyle, gentiluomo e solo due o tre anni dopo Romanzo russo».

Lei ha una straordinaria capacità di creare storie intessute di trame ad intreccio fra reale, verosimile e invenzione, con un delicato equilibro che rende la Storia godibile e la narrazione delle vicende dei protagonisti reali, seppure immaginarie, qual è il suo segreto?

«D'istinto mi verrebbe da dire che non c'è nessun segreto, i libri si scrivono ed è il gusto a controllare se quello che stai via via scrivendo funziona.
Poi, dato che mi costringete a pensarci, per quanto riguarda specificamente la fusione armoniosa di realtà e invenzione, credo che il segreto sia nella assoluta verosimiglianza dell'invenzione, ma intendendo la verosimiglianza in un modo molto preciso: ogni epoca ha i suoi gusti e le sue convenzioni, le sue regole di comportamento, le cose che si possono fare e dire in pubblico e quelle che sono tabù, e chi scrive un romanzo ambientato in un dato periodo storico deve avere un'assoluta familiarità con tutto questo, quella familiarità che deriva dall'aver letto tutto quello che è stato scritto allora, e dunque i suoi personaggi devono muoversi, reagire, pensare come avrebbero fatto persone dell'epoca, senza lasciarsi influenzare da quello che farebbero invece l'autore o il lettore, gente dell'epoca nostra.
Se ci si riesce, allora l'invenzione non si distingue più dalla realtà.
Direi che in questo sono particolarmente importanti i dialoghi: io ho sempre dato moltissima importanza al dialogo, che dev'essere non solo credibile e suonare autentico in generale, ma dev'essere anche credibile come dialogo dell'epoca».

È uno scrittore prolifico, sia in campo scientifico che narrativo. 
Modi e generi differenti, pubblici eterogenei e obiettivi di comunicazione diversi. 
Come riesce a muoversi attraverso campi così “lontani” mantenendo sempre alta la qualità? 
Quali sono le caratteristiche che bisogna necessariamente avere per essere un buon scrittore e un brillante divulgatore?

«Bisogna saper scrivere bene!
Dopodiché, è possibile che aver letto moltissimo e precocemente contribuisca molto a questo risultato, ma non sono neanche sicuro che sia indispensabile.
Alla fine è più probabile che chi sa scrivere bene abbia, semplicemente, qualche parte del cervello, che presiede alla scelta e alla concatenazione delle parole, più sviluppata o meglio oliata di altre...
Quanto al muoversi fra registri differenti, questo è ed è sempre stato un aspetto essenziale della scrittura; avere cantieri diversi aperti nello stesso momento è eccitante e costituisce uno stimolo intellettuale in più; e se i lavori sono diversi da un cantiere all'altro, tanto meglio».

I suoi romanzi si muovono in un orizzonte crono temporale che varca i confini della sua specializzazione, si sposta con disinvoltura nel tempo raccontandoci storie diverse e sempre intriganti. 
Dove trova l’ispirazione?

«Ma l'ispirazione è della stessa natura per ognuno dei libri che ho scritto, tanto per i romanzi che hanno avuto successo di pubblico quanto per i più impegnativi libri accademici.
Ogni volta la spinta è la stessa, ed è, all'inizio, l'attrazione per un argomento, la voglia di saperne di più.
Si comincia a leggere, e dopo un po' non si leggono più solo libri di altri autori, ma fonti, e ci si rende conto che il libro che uno vorrebbe leggere su quell'argomento non esiste ancora, e alla fine decidi che lo scriverai tu, quel libro.
Se poi il libro debba essere un libro di storia o un romanzo, questa è una decisione che viene subito dopo, in base a tante considerazioni; ma la partenza è la voglia di immergerti in un periodo e in una vicenda, fino ad avere l'impressione di riviverla».

Oggi l’offerta letteraria è vastissima: quanto contano la comunicazione, le conferenze e la presenza sui Media, anche in programmi di divulgazione, per far conoscere li proprio libro e farlo diventare un successo editoriale? 
Crede che il Web sia un strumento utile per veicolare il valore di un buon libro fra i lettori?

«La comunicazione conta, credo, moltissimo. Il mercato dei lettori risponde in modo pressoché automatico alla presenza in certe trasmissioni televisive.
Però solo una ristrettissima élite di autori di best-seller accede a quelle trasmissioni, che quindi le permettono di perpetuarsi automaticamente.
Al di sotto delle comparsate televisive, le altre forme di comunicazione – recensioni, presentazioni pubbliche, conferenze – contano fino a un certo punto; possono servire a rendere noto un autore, a creargli un piccolo pubblico di fedeli, meno a fare il successo di uno specifico libro.
Per questo direi che più di tutto continua a contare il passaparola dei lettori; ed è soprattutto in questo senso che la comunicazione sul Web sta diventando sempre più importante».

La Storia, per molti, è considerata noiosa ed inutile, seppure è parte del proprio DNA, del singolo e dell’umanità, e materia di straordinario fascino, oltre che unica maestra per il passato, il presente e il futuro. Molto spesso, durante l’iter scolastico, viene relegata in secondo piano, a favore di altre materie, e il mestiere dello storico non è, di certo, la carriera più consigliata ai giovani. V
uole raccontarci cos’è in realtà la professione dello storico?

«Non sono del tutto d'accordo con la formulazione della domanda. Secondo me nessuno considera noiosa e inutile la storia, tant'è vero che gli scaffali delle librerie crollano sotto il peso dei romanzi storici, e le folle accorrono a vedere Il gladiatore
Quella che è considerata noiosa è la storia come materia di insegnamento a scuola, e lì non è che si possa dare del tutto torto ai ragazzi, perché la base della conoscenza storica è un insieme di dati e date, assolutamente indispensabili, ma non certo divertenti da imparare.
Il mio sommesso parere è che anche imparare le formule chimiche o le equazioni è altrettanto noioso, ma questo è un altro discorso.
Che poi la carriera dello storico non venga consigliata ai giovani, mi pare un bene, ma questo non succede mica perché la gente pensa che lo storico si annoia e fa un brutto mestiere; succede perché si realizza che la società non può permettersi di pagare che un numero limitato di storici, e quindi non sarà mai una carriera di massa come l'ingegnere o il medico.
Io non credo di dire niente di sorprendente se dico che lo storico è un privilegiato perché è pagato per studiare, e marginalmente anche per insegnare, una materia che lo appassiona profondamente e a cui dedicherebbe la sua vita anche se non lo pagassero!
Del resto io conosco molti medici, notai, fisici e chimici che nel tempo libero studiano la storia, e addirittura scrivono libri di storia, e non esitano a confessarti che la loro passione è quella; non conosco nessuno storico che nel tempo libero si dedichi alla chimica o allo studio del notariato e rimpianga di non aver potuto fare quella carriera».

La crisi contingente mette a dura prova anche le Università: tagli, depotenziamento della ricerca, riduzione dell’offerta, contrazione di strumenti, di fondi e di possibilità. 
Ci faccia il suo personale punto della situazione sul sistema universitario italiano contemporaneo.

«Rischiamo di fare un elenco di lamentele, dimenticando che nonostante tutto l'Università continua a funzionare e i giovani continuano a iscriversi...
Ma comunque, direi che i problemi principali sono questi:

- il taglio di personale che incide a casaccio, cioè in base ai pensionamenti e al divieto di rimpiazzare i docenti che vanno in pensione, col risultato che in una facoltà possono venire a mancare i docenti di materie cruciali, indispensabili, senza che il Ministero se ne preoccupi minimamente, perché vede solo i numeri, non la dimensione qualitativa
- la soluzione al problema precedente, che è essa stessa un problema: cioè l'assunzione indiscriminata e senza controlli di docenti a termine, pagati pochissimo, scelti senza alcun concorso né controllo. Oggi i ragazzi che vanno a lezione si trovano in cattedra o specialisti che per essere lì hanno passato (checché se ne dica) durissimi concorsi, o dilettanti e/o disoccupati assunti per tappare un buco, e questa è una situazione veramente intollerabile
- il sistema del 3+2 si è rivelato un fallimento, perché peggiora nettamente l'esperienza universitaria degli studenti.

La segmenta arbitrariamente; la allunga anziché accorciarla come si credeva all'inizio (giacché nel nostro paese di disoccupati la laurea breve non vale niente e tutti si iscrivono anche alla specialistica); ha distrutto il senso della tesi di laurea, che prima era il compimento di un percorso unitario di 4-5 anni, mentre ora bisogna fare una tesina insulsa dopo 3 anni, e la tesi vera andrebbe fatta alla fine dei 2 anni successivi, che sono un periodo troppo breve per far fronte a tutti gli esami e fare un lavoro di tesi degno di questo nome. Infine, penalizza le piccole università e i loro studenti, perché se i docenti sono pochi non ci sono le energie per mettere in piedi un'offerta adeguata di corsi specialistici; così si ripiega su corsi generici, che di specialistico hanno solo il nome, mentre gli studenti che possono permetterselo vanno a fare la specialistica da un'altra parte, e di fatto si sta creando un sistema di università di serie A e B, che non ha nulla a che fare con la qualità dei singoli docenti, ma con le dimensioni, e col reclutamento sociale degli studenti».

Uno scrittore può “innamorarsi” di uno dei suoi personaggi e portarlo con sé ben oltre il tempo tecnico della scrittura del libro?

«No.
Finito il libro, è come essere guariti da una malattia.
Il libro e i suoi personaggi se ne vanno per il mondo da soli.
Per uno scrittore esistono solo il libro a cui sta lavorando e quelli a cui lavorerà in futuro».

In chiusura ci racconti in breve la Sua ultima fatica letteraria, Gli Occhi di Venezia(ed Mondadori, 2011), e, se Le va, ci anticipi i suoi progetti futuri nel campo della narrativa.

«E' stata un'intervista lunghissima!
Non vi racconterò Gli occhi di Venezia, e quanto ai progetti futuri, non se ne parla mai!».









B. Saccagno