mercoledì 16 luglio 2014

Doppia intervista con Anna Gattiglia e Maurizio Rossi




Maurizio Rossi, archeologo, Direttore e Conservatore Museo Civico Alpino «Arnaldo Tazzetti» (Usseglio), Direzione scientifica Antropologia Alpina Centro per la Ricerca e la Documentazione in Scienze Umane (Torino)

Anna Gattiglia, archeologa, Conservatore Museo Civico Alpino «Arnaldo Tazzetti» (Usseglio), Direzione scientifica Antropologia Alpina Centro per la Ricerca e la Documentazione in Scienze Umane, Cultore della materia in Archeologia medioevale, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino


                                                                             













Quando si parla di archeologia molti ancora si chiedono cosa sia o si perdono nell’immaginario cinematografico da XX secolo, perciò non posso esimermi dal chiedervi di darci la vostra definizione di archeologia.

«I migliori dizionari dicono che è lo studio delle antiche civiltà mediante lo scavo archeologico: può sembrare lapalissiano, ma, in realtà, vi sono troppi archeologi da tavolino, che scrivono i loro libri o articoli senza vivere in cantiere. 
Al tempo stesso la televisione e il cinema esagerano con gli aspetti avventurosi, tralasciando tutto il sottofondo storico e scientifico che un archeologo deve avere. In pratica, l'archeologo deve avere sia un fisico che gli consenta di lavorare in un cantiere, sia la delicatezza e la pazienza per frequentare laboratori, biblioteche e archivi storici. 
L'archeologia, comunque è una scienza, anche se non una scienza esatta, che si basa sulla sequenza osservazione - problema - ipotesi - esperimento - teoria».

Concordo.
Vi ringrazio per aver ricordato a tutti che l’archeologia è una scienza, non un hobby divertente, e segue un procedimento scientifico e analitico rigoroso.

Una nostra conoscenza accademica in comune, “si dice il peccato e non il peccatore”, diceva a noi studenti che i saperi minimi dell’archeologo sono, in pratica, tutto lo scibile umano; senza cadere in tali esagerazioni, seppure una visione a 360° è necessaria, quali caratteristiche si deve, o si dovrebbe avere, per diventare archeologi?

«Un po' l'abbiamo già detto rispondendo alla domanda precedente. 
Aggiungiamo che bisogna imparare a esaminare i problemi da tutti i punti di vista, facendo “l'avvocato del diavolo” contro sé stessi; bisogna imparare a mettersi dal punto di vista dei propri "pazienti" (le popolazioni del passato, anche recente), che non sono più in grado di esporre i propri sintomi».

Spesso sento dire che l’archeologo scava “ambienti e uomini morti” - tanto per giustificare la scarsa importanza del suo ruolo nel contesto sociale moderno - , in parte è così, però,va ricordato, come, in realtà, si scavano le tracce lasciate da vivi, che siano luoghi o esseri umani, che ora non lo sono più ma che sono parte del nostro Dna attuale e futuro .

Da anni si sta discutendo se lasciare in vita o meno gli ordini professionali esistenti, in questo contesto si inserisce il dibattito, con posizioni diametralmente opposte, sulla necessità o meno di creare un ordine professionale per gli archeologi, che li tuteli e valorizzi la loro professionalità attraverso il peso di un ente di questo tipo, qual è la vostra opinione in merito?

«L'abolizione degli ordini professionali che qualcuno ha proposto rientra nella logica politico-economica che ci ha portati sull'orlo del fallimento: sono le estreme propaggini della deregulation imposta da uno che forse avrebbe fatto meglio a continuare a fare l'attore, così come il suo epigone nostrano avrebbe fatto meglio a continuare a cantare sulle navi da crociera. 
L'istituzione di un ordine degli archeologi, premesso che, data la nostra età, ormai non ci interessa quasi più, potrebbe solo giovare alla professionalità e all'assunzione di responsabilità, sia verso il patrimonio archeologico, sia verso il pubblico».

Archeologia rupestre e mineraria, campi in Italia poco diffusi, scavi in altura, con tutte le complicazioni connesse e la necessità di una professionalità di alto livello, perché scegliere di diventare archeologi e perché proprio in questi settori di nicchia, cosa vi ha spinto e vi spinge ancora a continuare a lavorare con passione?

«Quando mi ritrovo sdraiato nel fango o arrampicato su una roccia a strapiombo mi capita sovente di pensare alla scena finale di Quelli della “San Pablo”, con Steve McQueen ferito a morte nel cortile della missione cinese che dice "Ero a casa... che è successo?... che accidenti è successo?". Almeno lui è riuscito a salvare Candice Bergen, io al massimo salvo un petroglifo o un cuneo in acciaio di età medievale.
Parlando seriamente, io sono un brechtiano, perché Brecht, in Domande di un lettore operaio, scrive: "Cesare sconfisse i Galli. Non aveva con sé nemmeno un cuoco?", inoltre sono polibiano, perché Polibio sostiene la necessità di vedere le cose direttamente (autopsia), infine sono straboniano, perché Strabone afferma che il geografo non ha bisogno di occuparsi delle aree non abitate dall'uomo. 
In pratica, c'erano già troppi colleghi che si occupavano dei grandi monumenti e della grande storia, magari senza toccarli con le proprie mani, per cui ci siamo dedicati all'archeologia degli "ultimi" cercando di ascoltare voci a cui nessuno aveva prestato attenzione prima».

L’ascolto delle voci a cui nessuno aveva prestato attenzione è, fra le infinite sfaccettature dell’archeologia, una di quelle che preferisco. Ho sempre pensato che grazie all’archeologo anche semplici uomini comuni o piccoli luoghi in apparenza senza storia alcuna possano conquistare il loro diritto all’immortalità, sogno atavico di ogni uomo sino dalla” notte dei tempi”.

Voi siete professionisti di lunga esperienza, non solo in campo nazionale, conoscete il mondo dell’archeologia, con le sue luci e le sue ombre, qual è la vostra opinione sul contemporaneo dell’italico suolo?

«Io penso che l'Italia sia un paese disgraziato, perché avrebbe tutte le possibilità per eccellere e per far vivere bene i propri cittadini, ma la classe dirigente non sa scegliere i campi in cui investire. 
È una situazione annosa, il disastro attuale, che non è solo economico e culturale, ma anche morale, risale probabilmente a prima dell'unità d'Italia. L'unità d'Italia, lo dico dato che siamo nel 150° anniversario, avrebbe potuto essere un'occasione formidabile, ma subito dopo averla conseguita è venuto il fascismo. 
Grossi problemi sono l'inadeguatezza dell'istruzione, l'assenza di una lingua nazionale veramente condivisa da tutti, l'ingerenza della chiesa nello stato e nella morale, senza contare quello che tutti sanno: corruzione, nepotismo, spese militari assurde, incapacità di dare all'estero un'immagine seria del nostro paese.
Ricordo due cose che mi paiono emblematiche. In francese esistono due diversi vocaboli che noi traduciamo entrambi "cittadino" (citoyen e citadin) il secondo è chi vive in città, ma il primo è il cittadino inteso nella sua veste di detentore di diritti e doveri nei confronti dello stato e della nazione, bisognerebbe che vi fosse un termine apposito anche in italiano. L 'altra cosa stava in una serie di tabelle uscite su Newsweek nel 2003, da cui risultava che l’Italia investe in spese militari 1/16 rispetto agli USA, ma solo 1/59, sempre rispetto agli USA, per la produzione di film: in pratica, rispetto all’Italia, gli USA investono più nel cinema che nelle armi: e il cinema è un mezzo molto efficace, economico e pacifico per farsi conoscere e anche, se proprio lo vuoi, per fare propaganda a sé stessi».

L’Italia, che è uno scrigno di storia, arte e cultura, non è in grado di trovare la giusta chiave per rendere il suo patrimonio storico e culturale una fonte di orgoglio capace di produrre reddito e muovere l’economia; al contrario, anzi, cerca in tutti i modi di distruggerlo, abbandonarlo e svilirlo. 
Quali sono, dal vostro punto di vista privilegiato di professionisti del settore, i suggerimenti che chi di dovere dovrebbe ascoltare e cogliere per cambiare lo status di fatto attuale?

«Si potrebbero dire molte cose: adeguare le leggi, finanziarle, farle rispettare, migliorare l'istruzione non solo degli archeologi, ma anche del semplice cittadino, creando un giusto orgoglio nazionale di tipo storico-culturale, creare negli enti pubblici, negli imprenditori e nel pubblico la consapevolezza che il patrimonio archeologico può essere innanzitutto una fonte di lavoro e di reddito...
Ma il vero problema è a monte e sta nell'ignoranza, da parte dei professionisti dell'economia e della politica, di una delle leggi fondamentali dell'economia, che impone di investire sulle risorse del territorio disponibili all'interno della propria nazione. 
L'Italia è quasi priva di materie prime di ogni genere e ha vie di comunicazione difficili, mentre ha un patrimonio culturale unico al mondo: e dove hanno sempre investito tutti? sull'industria pesante, scimmiottando tedeschi, inglesi, francesi e americani, che invece le risorse strategiche, energetiche, etc. le hanno in casa o nelle ex-colonie e sono anche messi molto meglio dal punto di vista delle comunicazioni, via terra, via fiume e via mare».

Sarebbe importante, dal mio punto di vista, ragionare a livello economico, ossia sul concreto e misurabile, e non su quello finanziario, cioè su ipotesi future di qualcosa che non esiste e non è detto che esisterà.
Ragionando sulle risorse, come giustamente avete detto voi, sarebbe molto più semplice costruire una solida base economica e produttiva in grado di generare reddito e benessere.

Le riforma universitaria ha cambiato il sistema ma, a mio avviso, non è riuscita nel suo intento, ha ridotto la preparazione teorica non riuscendo a compensarla con quella pratica, per allinearsi allo standard europeo come avrebbe dovuto essere nella realtà. In più, come se tutto questo non fosse sufficiente, si riducono progressivamente spazio e fondi per la ricerca, linfa vitale per il domani. 
Voi collaborate con l’università, tenete corsi e siete stati, a suo tempo, studenti, cosa ne pensate del sistema universitario attuale e della situazione della ricerca in campo archeologico?

«Siamo fuori dall'Università da troppo tempo per poter dare un giudizio. 
Anche ai nostri tempi, comunque, per fare fruttare gli anni dell'Università bisognava essere molto motivati, molto critici nei confronti degli insegnanti (che sovente non erano molto preparati, perché avevano a loro volta seguito corsi troppo teorici) e pronti a investire molto tempo in attività sul terreno che non contavano niente per gli esami (io ad esempio in 4 anni ho passato circa 10 mesi in cantiere di scavo). 
Bisognerebbe inoltre articolare meglio insegnamento, ricerca e tutela, sono tre aspetti che non possono essere separati, ma oggi sono troppo mal definiti e mal integrati. 
Ci sono sempre stati docenti che hanno incominciato a insegnare senza avere fatto ricerca; idem dicasi per i funzionari di soprintendenza, che devono talora occuparsi di tutelare cose che non conoscono perché non hanno avuto il tempo di impratichirsi. 
Forse ricerca, tutela e insegnamento dovrebbero essere tre diversi momenti della vita di un archeologo, con l'insegnamento riservato agli ultimi anni di carriera. 
La ricerca è comunque l'aspetto da cui dipende tutto il resto».

Una delle criticità dell’archeologia è la lentezza, se non la totale assenza, nella pubblicazione di dati scientifici di scavo , spesso dati alle stampe in tempi biblici, con il risultato di essere già obsoleti prima di diventare libri. 
Oggi il self publishing e gli e book offrono la possibilità di pubblicare a costi irrisori, molto differenti dall’editoria tradizionale del passato, come ben sapete avendo avuto una piccola casa editrice scientifica, e in tempo reale, fatta salva la possibilità poi di pubblicare edizioni curate e analitiche a posteriori. 
Secondo voi questo è uno strumento utile per favorire la conoscenza e la diffusione del sapere e dei dati scientifici ad ampio raggio e quali sono, invece, le eventuali criticità?

«Sicuramente l'editoria digitale è una grossa risorsa per l'archeologia, perché diminuisce i costi tipici delle piccole tirature e permette di pubblicare anche i dati primari (tipo elenchi di materiali, tabelle descrittive, illustrazioni a colori), quindi credo che vada utilizzata il più possibile, proprio per ovviare al problema della lentezza. 
Naturalmente il rischio è la perdita di professionalità: non esistendo un albo o un ordine degli archeologi, in pratica chiunque può scrivere un libro di archeologia pieno di errori e poi propinarlo al lettore non professionista, che può non essere in grado di valutare correttamente un'opera. 
Comunque questo succedeva già prima, per cui il problema non è l'editoria digitale, ma la mancanza di un albo professionale. 
Un altro aspetto utile dell'editoria digitale è quello di poter pubblicare testi preliminari, che si possono aggiornare o correggere a mano a mano che le ricerche progrediscono. Non pubblicare del tutto una ricerca è invece un atto di inaudita gravità, che dovrebbe essere sanzionato. 
Nei 16 anni in cui abbiamo lavorato in Francia abbiamo capito che là, se entro il 15 dicembre non consegni il tuo rapporto delle operazioni fatte nel corso dell'anno, puoi scordarti di scavare l'anno dopo, anche se sei un professore della Sorbona: bisognerebbe applicare la stessa regola anche in Italia. 
Proprio in questi giorni stiamo cercando di "riesumare" uno scavo italiano degli anni '80, i cui risultati non sono mai stati pubblicati a livello scientifico e solo in parte, con gravi errori, a livello divulgativo: se il Ministero avesse sospeso lo stipendio del docente universitario che dirigeva lo scavo, forse quello si sarebbe dato più da fare per finire il lavoro».

Questo sarebbe di certo un buon sistema per cambiare le cose (forse per questo poco gradito) e per valorizzare chi svolge il proprio mestiere con coscienza professionale, rendendo partecipe la comunità scientifica e il pubblico dei risultati del proprio lavoro e favorendo la conoscenza e il sapere.

Il Web mette a disposizione strumenti e offre molteplici possibilità di incontro abbattendo barriere e facilitando l’interscambio e la comunicazione, quanto può essere utile per lo sviluppo di progetti e per la promozione delle proprie ricerche ed iniziative?

«Il Web, nel nostro caso, ci velocizza il lavoro di ricerca bibliografica, documentaria etc., anche se bisogna stare attenti alla qualità dei dati offerti, ancora più che leggendo un libro.
Per lo sviluppo pratico trovo che restano però fondamentali i contatti diretti, perché le ricerche che riescono bene sono quelle in cui ci sono affiatamento, sintonia, simpatia nel lavoro “gomito a gomito”. 
Per la promozione l'utilità è indubbia, non solo per l'ampiezza e la velocità dei contatti, ma anche per il costo quasi ridotto a zero».

Voi siete nel comitato scientifico, e Maurizio anche alla direzione, del Museo Civico Alpino Arnaldo Tazzetti di Usseglio, uno dei tanti musei sparsi sul territorio italiano che si occupano di tramandare il passato, promuovere la ricerca e l’educazione alla cultura del passato e, quindi, del futuro, grazie al lavoro di professionisti che si impegnano, fra mille difficoltà, a mantenere in vita queste strutture attraverso la connessione con l’ambiente che li ospita e i visitatori che ad esso si accostano. Perché i “piccoli” musei sono importanti e per quale ragione devono essere sostenuti e protetti?

«L'aspetto fondamentale è il presidio del territorio, in zone dove le istituzioni centrali non possono arrivare o comunque non direttamente. 
Due esempi pratici. 
Uno: il visitatore (che sovente da noi è un turista) arriva in Museo prima di recarsi sul territorio o dopo di averlo fatto: nel primo caso riceve informazioni e suggestioni che gli permettono di frequentare il patrimonio storico-ambientale apprezzandolo meglio e senza danneggiarlo, nel secondo caso è già latore di problemi che gli sono sorti dalle osservazioni che ha fatto per proprio conto e in museo trova risposta a queste sue domande.
 Due: il museo locale permette di recuperare oggetti che gli abitanti locali hanno raccolto nel corso della loro vita o siti che hanno riconosciuto e che senza di loro e senza il museo più nessuno avrebbe recuperato. 
Per la riuscita del museo di Usseglio è stato fondamentale l'appoggio di ampie parti della popolazione locale. 
Questo vale anche nel campo della lingua e della toponomastica. Il sostegno economico di cui hanno bisogno i musei del territorio è comunque ridotto rispetto a quello destinato ai grandi musei. 
È chiaro che non puoi rinunciare a sostenere il Museo Egizio, ma, dati economici alla mano, sono sicuro che alla comunità costa meno il visitatore del Museo di Usseglio e forse rende anche di più, perché il museo del territorio cattura un pubblico che non sempre frequenta  le grandi mostre». 








   
B. Saccagno