Visualizzazione post con etichetta To Look Around. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta To Look Around. Mostra tutti i post

lunedì 21 luglio 2014

Crowdfunding




Sino a pochi anni fa in Italia il Crowd funding era praticamente sconosciuto, oggi, invece, sta diventando una realtà capace di offrire infinite opportunità per mettere in circolo idee e connessioni senza limiti. Il fenomeno è in crescita esponenziale e sta attraversando una nuova fase di specializzazione settoriale che gli permette di raggiungere un numero sempre più vasto di utenti targettizzando il servizio per campi specifici di azione.

What is it?

Letteralmente si può tradurre in “finanziamento da parte della ‘folla’”, o meglio sistema di finanziamento collettivo[1] che segue una logica compartecipata bottom up.

Il sistema si basa su un procedimento semplice quanto efficace che si avvale delle enormi potenzialità del Web: attraverso dei portali dedicati è possibile far circolare idee e progetti alla ricerca di micro finanziamenti per reperire il capitale necessario per una start up o per la realizzazione effettiva del progetto, superando le difficoltà e le rigidità che si incontrano nei tradizionali canali di finanziamento.

In pratica per realizzare un’idea servono dei fondi e per raggiungere il risultato ci si avvale della compartecipazione di un vasto numero di piccoli “finanziatori” che condividono e credono nel progetto scegliendo di sostenerlo anche con quote irrisorie, a partire da pochi Euro. Ma la presenza di un vasto numero di persone, coinvolte direttamente, dà la possibilità di raggiungere risultati importanti.

Il Crowd funding ha come ulteriore elemento distintivo, come si è detto, internet, la rete Web,che offre a tutti l’opportunità di poter “mettere in vetrina” le idee; attraverso un circuito ben oliato e conosciuto si può promuovere i propri progetti in modo ottimale, avendo la chance di raggiungere un potenziale pressoché infinito di micro finanziatori, avvalendosi di un processo virale[2] di compartecipazione che è, oggi, quasi un bisogno primario dell’uomo sociale contemporaneo.

Si tratta di un vero e proprio sistema di micro finanza che non si ferma solo alla raccolta fondi ma coinvolge direttamente le persone, che diventano parte attiva di un progetto che conoscono, apprezzano e condividono e che sentono proprio, per questo possono diffonderlo direttamente amplificando la cassa di risonanza comunicativa.

Risposta ad un bisogno sociale

Il successo di questo tipo di finanziamento è dovuta anche alla sua capacità di rispondere ad un bisogno sociale contemporaneo: compartecipare attivamente, sentendosi parte in causa di un processo positivo.

Qui, infatti, si ricercano “finanziatori” consapevoli, a conoscenza del progetto e del suo percorso di crescita.
L’esserne parte significa assumersi, seppure con i dovuti limiti, la responsabilità del suo successo, che è visibile e trasparente, è “tangibile”.

Che sia uno strumento in grado di rispondere alle nuove esigenze dell’economia contemporanea si legge anche dai dati pubblicati dal Sole24Ore[3] (analisi pubblicata on line a novembre dello scorso anno), a fine 2012 le piattaforme attive in Italia erano 16 con altre in fase di definizione, non poco visto il ritardo cronico del nostro paese in materia di innovazione digitale.

Interessante è anche il dato che riguarda i progetti (sempre in riferimento all’analisi del Sole24Ore), alla diverse piattaforme ne sono stati inviati ben 35.000 e selezionati, per la pubblicazione, 9.000[4], numeri enormi che testimoniano quanto oggi sia ritenuto uno strumento essenziale ed utile per mettere in pista i propri progetti.

Crescono gli utenti e si amplia il range, se prima erano essenzialmente progetti culturali e sociali indipendenti oggi anche le istituzioni più tradizionali si rivolgono alle piattaforme di crowdfounding, esemplare la campagna di raccolta fondi per la ricostruzione della Cittàdella Scienza di Napoli[5], oppure declinano su misura il concetto intrinseco per sostenere le proprie attività, le proprie collezioni o i restauri attraverso la partecipazione attiva degli utenti[6].

Anche le banche, oggi, sono entrate a far parte del sistema, segno del suo consolidato peso specifico per la ricerca di finanziamenti[7].

Criticità

Naturalmente non è tutto oro quel che luccica, pur avendo un ampio margine di sviluppo e un target di utilizzatori in trend crescente ci sono ancora lacune che andrebbero, o andranno, colmate per arrivare ad affinare in modo ottimale il servizio offerto.

In Italia, per esempio, manca ancora una normativa chiara che regoli il sistema: si fa riferimento al decreto [8], convertito in legge “Decreto Crescita 2.0” ,che affronta una materia eterogenea, vasta e complessa che riunisce in un unico testo una serie di tematiche molto differenti fra loro, ma non c’è una legge specificatamente dedicata al crowdfounding. Servono regole chiare e condivise che sostengano lo sviluppo di un organismo competitivo ed efficiente per facilitare l’accesso ai finanziamenti per idee e progetti innovativi .


A questo possiamo aggiungere il digital divide che ancora grava come un macigno sulla competitività del nostro paese.

Il Web è un enorme risorsa e una carta vincente se utilizzata nella maniera giusta, purtroppo non esiste una politica chiara a sostegno di una digitalizzazione efficace della nazione in ottica economica, culturale e sociale.

Ma il gap è anche culturale, manca ancora in trasversale la conoscenza piena dello strumento e, quindi, la capacità di utilizzarlo appieno ed in modo ottimale. Spesso si pensa basti inserire il progetto e lasciarlo vegetare mentre è proprio la connessione diretta tra progettista e finanziatori a creare il movimento attivo per sviluppare l’effetto buzz generato dall’interesse e dall’appoggio condiviso di un’idea.

Arrivare al successo, anche partendo da zero, è possibile solo se ci sono strategie di sviluppo ben chiare e si lavora in trasparenza per coinvolgere i micro finanziatori in un processo compartecipato.

La trasparenza è un elemento necessario lungo tutto il percorso, così come la puntualità nel seguire le crono tabelle annunciate e il mantenimento del legame con il proprio pubblico di sostenitori, la “fidelizzazione”, durante tutte le fasi progettuali e oltre[9].

Gli esempi di successo dimostrano proprio questo, purtroppo latita un vero e proficuo spazio comune di dialogo e di promozione efficace delle best pratice, la “rete”, tanto invocata per aumentare il potenziale progettuale, spesso rimane sulla carta invece di trasformarsi in valore aggiunto, culturale ed economico, da spendere per l’innovazione e per generare un circuito economico virtuoso a micro e macro livelli trasversali.















B. Saccagno

Biblio linkografia







[1] Il crowdfunding (il cui significato letterale è quello di “finanziamento collettivo”) si basa su un piccolo contributo economico fornito, singolarmente, da un largo numero di individui provenienti da tutto il mondo per finanziare, con una somma stabilita in anticipo, un progetto”, tratto da Rete Forum, la community del sistema camerale, http://www.reteforum.it/index.php?option=articolo&categoria=7&id=358
[2] Marketing virale: l’utilizzo dei social network, attraverso un semplice sistema di buzz, di passa parola virtuale, per la promozione e lo sviluppo di un brand o di un prodotto
[3] Analisi delle Piattaforme diCrowfunding italiane, Daniela Castrataro, Ivana Pais, Il Sole24Ore, Novembre 2012 
[4] Vedi supra nota 3
[5] Il 04 marzo 2013 un terribile incendio ha devastato la Città della Scienza di Napoli, per riuscire a rimettere in attività un centro di aggregazione e di conoscenza così importante è stata immediatamente sottoscritta una raccolta fondi partecipativa che ha avuto un grande successo. http://www.cittadellascienza.it/notizie/ricostruiamo-citta-della-scienza/
[6] Ad esempio la campagna “Adotta unaGuglia” del Duomo di Milano, o il successo ottenuto da Palazzo Madama a Torino per l’acquisto del servizio in porcellana della Collezione Tapparelli d’Azeglio 
[7] Ad esempio il caso di Terzo Valore diBanca Prossima, piattaforma di crowdfunding per il terzo settore creata da due banche in partnership, vedi Due banche si uniscono e nasce ilcrowdfunding sociale, di A. Spetrino, in Crowdfundingo.it 
[8] Decreto Crescita 2.0, D.L. 179/18.10.2012 (G.U. 18.12.2012), convertito in Legge 221/17.12.2012 (G.U. 18.12.2012)

[9] Con ilcrowdfunding massima serietà, di A. Spetrino, in Crowdfundingo.it 

Le furberie di Scapino






Il mondo moderno invece di progredire verso la cultura e la conoscenza profonda a tutti i livelli regredisce nel gorgo delle furberie da ignoranza, dando risalto ad azioni e persone che nulla hanno a che vedere con l’intelligenza umana vera e propria.

Chi è dotato d’intelletto ragiona sempre in termini di qualità, per questo si circonda di persone più capaci di sé (da cui avrà sempre da imparare) per ottenere il miglior risultato possibile, o, comunque per tendere al meglio, e cerca soluzioni razionali e sostenibili nello spazio e nel tempo, puntando a risultati che coinvolgano il maggior numero di persone possibile.

Una ristretta cerchia, non me ne voglia la maggioranza ma i risultati sono qui a vedersi. “Crisi canta” e le migliorie vere sono ancora tutte, o quasi, in attesa all’isola che non c’è.

I modelli positivi, la razionalità, il genio e l’intelletto sono oggi merce rara e, ciò che è peggio, derise dai più e dileggiate a favore di quelli che si pensano “i vincenti”, che a ben vedere sono, anche qui quasi tutti, ovviamente uno scarto quadratico medio lo conteggiamo, o nomi noti o presta - qualcosa in cambio di -, a livelli e a pesi diversi proporzionali alle altezze.

Manca, ma qui pare sia un fattore specificatamente italico impossibile da cancellare, quasi fosse un nucleotide fisso del nostro Dna nazionale, molto sovente la concorrenza leale basata sulla meritocrazia vera, non presunta, data dalla prova provata, valutata in modo corretto e scevro da pesi specifici nominali.

Allora, in questa crisi a tavolino, invece di far appello alla dea ragione si gioca ad attenti al furbo,  non si tratta né di demagogia né di politica ma semplicemente è lampante la mancanza quasi totale del concetto di equilibrio sostenibile.

Con mezzucci biechi, elusione della legge, scarico di colpe e responsabilità su altri e disgregazione dell’unità compatta per la risoluzione dei problemi si cerca di tirare a campare sulle spalle altrui, che, poi stringi, stringi sono sempre le nostre, rammentatevene.

D’altronde i modelli che si considerano vincenti, e qui non solo un velo ma una colata di bitume di elevato spessore ci dovremmo stendere sopra, sono i peggiori e la stupidità del falso furbo diventa il brillio dell’acume da grande mente (provate a mutare la disposizione degli spazi fra le due parole e avrete la vera soluzione).

Usare il cervello per uscire con dignità dalla crisi, innovando ed evolvendo finalmente la situazione socio economica e culturale del nostro paese, anche attraverso la consapevolezza del valore che ogni singolo ha sommato ad altri, potrebbe essere un buon regalo, non solo per i posteri.
Auguriamoci che quel tempo arrivi in fretta e non ci si ritrovi a dire“…spèci qua ivo en che me tô sô gh'è una madònain canuttiera che de miracuj ne fà piô…”









B. Saccagno

venerdì 18 luglio 2014

Economics Ring




L’economia è un cerchio, un circolo che se virtuoso permette ad un territorio di crescere a ritmi elevati, forse non sempre sostenibili ma che offre a tutti, o quasi, la possibilità di costruirsi una vita accettabile, se non migliore.

L’anello ruota intorno al lavoro e all’uomo, semplicemente: si crea il lavoro, si produce, si riceve un corrispettivo, equo, per la prestazione lavorativa, si rimette in circolo il denaro attraverso, non solo il pagamento di imposte e tasse, ma l’acquisto di beni e servizi, ovviamente oltre i bisogni primari.
Si consuma, si riproduce, si compera e così via. All’infinito, si rotola.

In un sistema razionale poi vi è un equilibrio (o almeno lo si ricerca) nelle variabili sfruttamento/ produzione/ consumo delle risorse, comprese quelle umane, ad esempio i giovani, che dovrebbero entrare nel mondo del lavoro presto, e le donne, avendo pari dignità e peso nella catena produttiva, così si potrebbe agevolmente contribuire al sostentamento delle quote pensionistiche di chi è uscito dal lavoro, giustamente, per età avanzata. Si aggiunga valore alla meritocrazia, tasto dolente italico.

Il sistema economico si ossigena attraverso i supporti, non solo economici ma soprattutto legislativi e di snellimento burocratico, che lo Stato riesce a dare ad imprese e cittadini per far girare, come l’acqua, la ruota.

Prosaicamente in periodi di crisi non s’inasprisce, come ora, la tassazione dell’indispensabile né si paralizza di fatto l’accesso al credito, né si lasciano inalterate burocrazie imperiali d’altri tempi che allontanano gli investitori: questo è il vero problema, non di certo, o non esclusivamente, il tanto pubblicizzato articolo 18.

In questo momento la pressione fiscale è aumentata a dismisura, e non ci vogliono grandi esperti per stilare salassi non equamente distribuiti, con il solo risultato di raggranellare nel brevissimo una cifra stimata “all’incirca”, nemmeno poi così elevata, paralizzando, però, l’intero sistema economico con il conseguente depauperamento di tutto il territorio, questo su medio lungo periodo.

Alzando Iva, imposte e tasse, dirette ed indirette, si alleggeriscono le già scarse entrate delle famiglie italiane, che faticano a trovare un lavoro, perché le aziende non assumono e non offrono retribuzioni adeguate né sicurezza del posto di lavoro, di per sé già notevolmente flessibile.

La disoccupazione, poi, colpisce le fasce deboli, donne, giovani e anziani, ormai l’età pensionabile è stata spostata ad una soglia da “casa di riposo”, a questi si aggiungono i cassaintegrati e il quadro si fa desolante.

Le entrate diminuiscono, le spese fisse, i costi vivi, aumentano riducendo il paniere  e assottigliando il potere d’acquisto.

Tutto questo ricade nel cerchio, ossia sulle aziende e sui professionisti uninominali, definiti imprenditori, direi forzati, o più concretamente partite Iva caldamente suggerite per evitare assunzioni reali.

Trasformarsi in uno Stato “venditore”, di servizi e beni non durevoli e superficiali, riducendo il Welfare e cancellando il lavoro e il saper fare, è la via per fare della crisi una situazione cristallizzata nel tempo e non un periodo temporaneo, in cui, fra l’altro si dovrebbe dare spazio agli stimoli e alla creatività, potenziando e premiando il lavoro e chi ne crea, soprattutto se innovativo: non ostacolarlo.









B. Saccagno

Km 0




Oggi il Km 0 è diventato una locuzione di gran moda, tutti ne parlano e, se fino a pochi anni fa, tutti avrebbero pensato ad un automobile nuova ma di prezzo inferiore oggi si pensa in primis alla produzione alimentare, prova ne da il motore di ricerca più usato al mondo, non c’è bisogno di indicarlo, seguito via, via da altre declinazioni legate allo stesso concetto.

La riduzione del chilometraggio significa filieracorta, ossia un avvicinamento reale tra produttore e consumatore, non solo a livello di strada percorsa, con conseguente riduzione delle emissioni di CO2 dovute ai mezzi di trasporto, ma anche culturale e di conoscenza reciproca, di scambio.

Naturalmente il concetto non deve essere troppo restrittivo, perché gioco forza per taluni prodotti, assenti dal territorio, si deve ampliare il raggio d’azione di rifornimento, ma deve possedere tre elementi intrinseci di base: la qualità del prodotto, che comprende anche ottimizzazione dei trasporti ed equità di diritti per tutti gli stakeholder partecipi alla filiera; ottimizzazione delle risorse in chiave socio-economico-culturale; la conoscenza.

Il consumatore viene coinvolto in modo consapevole nel percorso di conoscenza culturale del processo produttivo, del produttore e del prodotto, ossia, si ritorna al rapporto one to one proprio dell’economia da mercato e da bottega, dove si stabiliva un rapporto di fiducia fatto di domande e risposte che accresceva la capacità di discernere la qualità del prodotto.

Oggi tutto questo sembra una conquista ma è un riappropriarsi di azioni economiche che hanno accompagnato l’uomo nella sua storia: il recarsi dal produttore a vedere e sapere cosa si acquista, seguendo il ritmo stagionale e la logica razionale basata sul rapporto qualità/prezzo/vantaggio economico; il sapere come, dove e chi produce e quali sono i passaggi della catena produttiva, cosa che oggi si è andata a perdere; la fiducia nella professionalità, non in una faccia o un nome, ma nel prodotto realizzato da chi sa produrre attraverso sistemi sostenibili per la qualità; l’unione di tanti piccoli produttori per avere più forza economica sul mercato, attraverso scambi ed integrazioni a tutti i livelli di filiera per avere un miglior prodotto e per aver maggiore scelta, sempre su logica di qualità; la valorizzazione, o meglio rivalutazione, del lavoro manuale, dell’azione concreta di saper fare qualcosa, non solo intellettuale ma manuale, l’artigiano, l’artefice, il professionista che lavora con le sue mani un prodotto, fattore, oggi, non secondario per riappropriarsi di un’economia sana, vitale ed sostenibile in autonomia.

Fondamentalmente non si tratta di una scelta legata ad orizzonti politici e culturali strettamente inseriti in recinti ben delineati, ma un percorso di riappropriazione del ruolo del consumatore attraverso una logica razionale di sostenibilità, prima di tutto culturale ed economica, ossia, si risparmia, migliorando la qualità della vita, consumando meno, meglio e creando un circolo virtuoso economico che permette di sopravvivere anche in tempi di crisi, anzi di diventare un volano di rilancio dell’economia di uno stato.

Sapere cosa si compra, come si produce, riducendo costi e guadagnando in qualità, attraverso un processo che mette di nuovo la figura del consumatore e del produttore sullo stesso piano e in dialogo è una scelta consapevole e sostenibile.

Razionale e misurabile in concreto con costi e benefici, la cultura, il sapere, la conoscenza è anche, e soprattutto questo, un beneficio quantificabile su corto, medio e lungo periodo.









B. Saccagno

Catalyst project




Il nome non è molto orecchiabile, ma chiarisce subito il focus del progetto biennale, finanziato dai fondi europei (Progetto finanziato con l’European Union's Seventh Framework Programme FP7): trovare le buone pratiche per ridurre e contenere le emergenze generate dai disastri naturali; favorirne la libera circolazione per prevenire i rischi e per realizzare piani d’intervento e di gestione del rischio ottimali.

L’aumento delle calamità naturali a livello globale è sotto gli occhi di tutti, sebbene esistano zone ad elevato rischio e altre meno “soggette”.

Possiamo pure dire che molte catastrofi avrebbero potuto avere esiti meno traumatici, basti pensare a ciò che negli ultimi anni accade nel nostro paese, sarebbe bastato muovere a tempo: prima la prevenzione sistematica; durante la macchina dell’informazione costante e corretta e l’organizzazione razionale del sistema di step da seguire, dal pre allarme alla fase di soccorso post evento; poi l’analisi del rischio e la conseguente ricostruzione sostenibile per l’ambiente e l’uomo.

Tutto questo pare utopia.

Le governance ripetono che le difficoltà oggettive, almeno così “dicono”, più complesse sono legate al monitoraggio del rischio ed alle azioni preventive efficaci, però, si potrebbe dire che molte di queste ultime si possono ascrivere alla normale logica della gestione territoriale, banalmente: non costruire a ridosso degli argini di un fiume; valutare la tipologia e la portata del corso d’acqua prima di plasmarne il letto su modelli standard; non costruire in zone a rischio idrogeologico, come i pendii montani o “sulla spiaggia”; evitare il disboscamento selvaggio ed incontrollato, le radici degli alberi trattengono e drenano il terreno; evitare lo sfruttamento indiscriminato delle risorse; cercare di non snaturare i suoli; etc (l’elenco è infinito).

Per risolvere il problema, almeno dal punto di vista di buone pratiche condivise adottabili in tutto il mondo, è nato il progetto Catalyst, creato dalla TWAS, coordinato da Seeconsult GmbH, in collaborazione con partner istituzionali, organizzazioni non governative ed enti di ricerca, con durata biennale (2011-2013).

Catalyst è un consorzio che ha come obiettivo lo sviluppo di un network internazionale per l’evidenziazione di buone pratiche da adottare in caso di rischio ambientale, consultabili dai governi per delineare politiche di prevenzione rischi e di gestione ambientale sostenibile.
Attraverso un sistema di studio, di monitoraggio del rischio, di analisi, di valutazione, di informazione e di raccolta dati sulla situazione mondiale dei disastri naturali (tzunami, alluvioni, terremoti,etc) che accadono, o sono accaduti di recente nel mondo, si delineano, come da obiettivo, linee guida corrette, basate sulle buone pratiche, per la pianificazione degli interventi strutturali per ridurre l’impatto socioeconomico degli eventi naturali dannosi e della gestione degli step pre, durante, post evento.
Raccogliere dati, analizzare gli errori e i comportamenti virtuosi, capire quali sono gli interventi da attuare per la creazione di una vera e propria cultura del rischio ambientale fruibile con facilità da tutti i paesi del mondo, senza distinzione fra ricchi e poveri, è la base per studiare programmazioni razionali ed efficienti volte alla sostenibilità tout court.

Catalyst lavora con work shop mirati multilevel organizzando i lavori in relazione ad una carta di rischio che divide il mondo in quattro grandi macro aree, particolarmente sensibili ai disastri naturali: Africa Est ed Ovest (WA, EA); America Centrale e Caraibi (CAC), Europa Mediterranea (EM), Asia, Sud e Sud-Est (SEA).

Per ogni subregione si focalizzano le problematiche di rischio più diffuse e si analizzano in dettaglio, per capire quali siano le cause e gli effetti, si mappano le “uncertainty”, cercando le soluzioni ottimali per ridurre l’impatto socioeconomico che le calamità naturali inducono sulle zone che vanno a colpire.

Poi dalla soluzioni mirate subregionali si passa a Think tank di scambio condiviso per facilitare la conoscenza e la circolazione di informazioni e soluzioni, riassumendo i parametri comuni di riduzione e gestione rischio per buone prassi valevoli per tutti.

I risultati del lavoro verranno inseriti in archivi online ad accesso libero per i sistemi governativi e si provvederà alla diffusione delle sintesi attraverso la comunicazione.

L’idea è buona, bisognerà vedere come si strutturerà in concreto il progetto, soprattutto sui punti pianificazione e ricerca di soluzioni flessibili, di cui nel contemporaneo i governi, e non solo, difettano.

Contatti










B. Saccagno

La tecnologia al parco




In Italia esistono realtà sparse a macchia di leopardo sul territorio, da Nord a Sud e da Est ad Ovest, che hanno l’obiettivo di attrarre e sviluppare l’innovazione e la tecnologia in chiave economica.

Si tratta dei parchi scientifici e tecnologici italiani, riuniti, in gran parte, in un’associazione, ASPTI, che ha la funzione di coordinare il network dei parchi, per la circolazione del patrimonio di saperi, di idee, di progetti e per sostenere la propulsione innovativa ed economica che sta alla base della costituzione di questi centri.

Qual è l’idea alla base dei parchi tecnologici e scientifici?

Quella di essere, per la realtà di riferimento, poli propulsori che offrono spazi, servizi, consulenza, connessioni, foundraising per la nascita, la crescita e lo sviluppo di eccellenze imprenditoriali, pubbliche e private, a livello di ricerca e di produzione, che dovranno essere in grado di generare un circuito economico innovativo ed autonomo, principalmente nei settori della tecnologia, della green economy e dell’ICT.

In questi “parchi” le idee innovative possono trovare spazi e competenze per trasformarsi in realtà imprenditoriali, inserite in un sistema funzionale integrato.

I dati aggregati a riguardo, seppure datati, elaborati dall’ASPTI mettono in evidenza una crescita trasversale e costante nel numero di nuove aziende insediate, di nuovi brevetti, di progetti e di personale all’interno dei parchi scientifici e tecnologici associati .

Purtroppo, però, manca un quadro globale effettivo ad oggi, anche di raffronto sui progetti che si sono arenati e su quelli che invece hanno “preso il largo”, perché sarebbe una buona cartina tornasole per misurare in modo concreto la ricaduta socio economica dei parchi sui territori di riferimento, su un asse crono temporale di medio/lungo periodo.

L’idea, però, è propositiva e, soprattutto, un segno positivo in un contesto molto difficile come quello italiano.
Nei parchi nuove realtà aziendali, che puntano sull’innovazione e sulla ricerca, possono trovare la chance per una start up (o per spin off), superando il gap italico dei mille ostacoli burocratici, della difficoltà all’accesso al credito e dei costi elevatissimi che, di fatto, possono anche diventare un fattore paralizzante.

La creatività e il know how sono punti di forza salienti in ogni momento, tanto più se critico, riconoscerne il valore e costruire punti di interconnessione interattiva per lo sviluppo concreto delle idee e della qualità è un buon punto di partenza, farlo diventare prassi è una logica razionale di economia reale.

Contatti

APSTI - c/o Polo Tecnologico di Navacchio
Via Giuntini 13 - 56023 Cascina (PI) 
Tel. (+39) 050 - 754144 
Fax (+39) 050 – 754140
E-mail: info@apsti.it

Vega Park

Dietro al nome da reminescenze Spockiane c’è uno dei più avanzati parchi tecnologici aderenti all’ASPTI il Venice Gateway for Science and Technology.

All’interno del piano di riqualificazione del porto di Marghera (di cui molto si potrebbe dire ma si andrebbe fuori tema) è stato inserito il network VEGA per la ricerca e l’innovazione nei settori: Nanotecnologie, ICT Digital Mediale, Green Economy, Ambiente e Sviluppo Sostenibile.
VEGA è una società compartecipata da tutti gli attori in campo per lo sviluppo economico del territorio: università, aziende, banche, pubblica amministrazione e centri di ricerca.

La sua mission è favorire il trasferimento tecnologico e le conoscenze scientifiche in trasversale e di proporsi come incubatore di attività imprenditoriali innovative, che abbiano un modello business mirato alla fattibilità economica.

VEGA mette in circolo: connessioni, servizi, sostegno, ricerca, spazi, idee, selezione, progetti, pubblico e privato, formazione e sviluppo, attraverso processi interattivi che cercano di sommare forze, innovazione e qualità per ottenere risultati positivi.

Una rete vera e propria che si costruisce partendo dal suo interno, non solo con il supporto tecnico, culturale e di know how per spin off e star up e per lo sviluppo del progetto, ma altresì attraverso uno  scambio e una circolazione di idee e di saper fare tra le realtà che vivono VEGA, anche semplicemente mettendo a disposizione spazi condivisi per settore di coworking.

Riutilizzando architetture industriali dismesse, che hanno perduto il loro valore produttivo, si parte per ridisegnare il valore della cultura lavorativa, sia essa scientifica, tecnica sia culturale, puntando sull’innovazione, sulle idee e sulla condivisione integrata di competenze, professionalità e risorse per la competitività in campo economico.

Innovare è oggi una necessità, fare, o meglio essere rete, mescolando cultura e professionalità, capacità ed idee diverse, è la carta vincente per scrivere fine sulla parabola crisi, sui cui punta l’Europa e a cui dobbiamo forzatamente tendere, velocizzando i processi perché siamo ancora troppo in arretrato.
Creare elementi permeabili e funzionali per l’integrazione delle risorse, a sostegno vero di nuove realtà aziendali, è una sfida importante per facilitare l’imprenditore nel suo percorso e per incentivare la riscoperta del valore positivo della cultura del lavoro, che oggi si va perdendo, ad esclusivo nostro discapito.

Più di un centinaio di piccole aziende sono insediate al VEGA, coprendo una gamma diversificata di settori produttivi, seppure con una netta predominanza dei servizi alle imprese, in grado, comunque, di creare interrelazioni ed integrazioni di competenze fra queste diverse realtà professionali.

L’idea è buona, seppure limiti e difficoltà ce ne siano e si incontrino, come afferma il direttore, Michele Vianello, nel suo appello a Passera, dove riafferma una scarsa connessione con chi dovrebbe per definizione, il Governo, favorire la crescita e lo sviluppo, prima di tutto, con misure concrete per l’economia.

Altro divario da superare è la nostra arretratezza nel vasto mondo del Web, sia come connettività sia nel suo reale utilizzo come strumento lavorativo.

VEGA punta molto sulle tecnologie Web e mette in campo tutte le risorse disponibili, resta da valutare quanto poi siano realmente utilizzate come strumenti per migliorare il proprio lavoro, diminuendo sforzi e costi.

Pecche, come migliorie, ce ne sono sempre, ovunque, ma è, di certo, un buon segnale, l’idea è buona, passi in concreto già ne sono stati fatti, ora resta da vedere cosa accadrà nel futuro prossimo, sperando sia un trend positivo.

Contatti
VEGA Parco Scientifico Tecnologico di Venezia
via della Libertà 12
30175 VENEZIA MARGHERA
Direttore Generale
Michele Vianello
Tel. +39.041509.3013
m.vianello@vegapark.ve.it









B. Saccagno

The Wind’s Power





Le crisi sono periodi di transizione, più o meno lunghi, che costringono ad una revisione dei modelli (economici, sociali e comportamentali) precostituiti e assodati. Così dovrebbe essere oggi.

Stiamo assistendo ad una contrazione generalizzata del sistema economico, che viaggia di pari passo con il progressivo danneggiamento dell’ambiente in cui viviamo, per questo è più che mai necessario trovare un equilibro sostenibile per il domani.

Quando si parla di “sostenibilità” ambientale il pensiero corre nell’immediato a: inquinamento, depauperamento delle risorse, rischi per l’ambiente e per la salute umana, eco mafia, ricerca di nuove energie alternative, interessi economici, innovazione, ricerca, etc

Negli ultimi anni molti progetti di ricerca si stanno muovendo nel vasto orizzonte delle energie rinnovabili, seguendo molteplici percorsi, tutti con l’obiettivo principale di trovare nuovi sistemi di produzione energetica puliti, economici e, soprattutto, inesauribili, ossia eco-sostenibili tout court.

Fra le fonti naturali a nostra disposizione c’è, senz’altro, il vento, che soffia libero, dolce o terribilmente violento ed impetuoso, su tutto il globo terreste e che può, se sappiamo afferrarlo, generare energia pulita.

Qui di seguito vogliamo farvi conoscere due progetti in start up, uno italiano e l’altro africano, volti ad innovare il sistema di produzione dell’energia eolica, per ottenere maggiori risultati a livello energetico ed economico: Kite Gen e Saphon Energy.





L’energia eolica è una vecchia conoscenza e, oggi, nelle zone lambite dal vento non è raro vedere le bianche pale delle torri eoliche svettare fra il verde dei prati, madamigelle fra le coquelicots, con buona pace di quegli “esteti” che le accusano di deturpare il paesaggio, de gustibus…, ma ci sono ecomostri reali e ben più dannosi da combattere prima di pensare alla mancanza di grazia di una pala eolica.

Un’azienda italiana, la Kite Gen Research fondata nel 2007[1], ha intrapreso  la strada dell’innovazione proprio ripensando alla funzionalità della torre eolica, con l’obiettivo di aumentare le potenzialità di sfruttamento dell’energia cinetica  del vento.
L’idea è molto semplice: approvvigionarsi di vento, e quindi di energia, a quote più elevate rispetto a quelle raggiunte dalle pale eoliche oggi in funzione.

Perché salire di quota[2]?
Secondo recenti studi il vento, seppure bisogna considerare variabili di notevole importanza (fra cui, ad esempio, la geolocalizzazione), genererebbe maggiore potenza energetica se si salisse a quote più elevate[3]. Quindi, se si costruissero strumenti in grado di catturarlo ad alte quote e in punti ottimali, ossia dove è maggiore la sua potenza,si potrebbe aumentare il suo potenziale energetico a nostro vantaggio.

Ora, cos’è Kate Gen?

Di primo acchito, per i profani, ricorda una giostra, costituita da un elemento fisso sub circolare a terra, il generatore, che comanda, per mezzo di un sistema computerizzato, il movimento KSU, l’unità di manovra,  al quale è collegata un’asta mobile verticale dotata di cavi ad alta resistenza (che regolano la trazione, la direzione e l’angolo del vento) che terminano con un “aquilone”, il kite appunto, che muovendosi nell’aria più liberamente di una pala eolica cattura il vento con più efficacia.

I suoi ideatori hanno scelto una forma che ricorda l’aquilone, tecnicamente “profili alari semirigidi ad alta efficienza”, perché meglio si adatta al vento e cattura con maggiore facilità l’energia disponibile.

Ovviamente le potenzialità aumentano se dalla dimensione singola, lo stem, si passa ad una versione più completa con un carosello di aquiloni che si muovono intorno a una sola giostra ad anello, carousel, di grandi dimensioni.

Kate Gen, vista l’altezza e le dimensioni, soprattutto la versione carousel, necessita di ampi spazi liberi, su terra o su acqua, e di zone libere dal traffico aereo.

Si segnala che mancano ancora i dati effettivi su lungo periodo in merito all’inquinamento generato (a livello ambientale e acustico) perché si è ancora in fase di prototipo sperimentale in via di definizione, per cui non si possono raccogliere i dati analitici necessari per avere un quadro completo.

Non resta, quindi, che attendere per capire se, dati alla mano, il sistema sia effettivamente migliore, a livello di prestazioni e di riduzione delle emissioni inquinanti, rispetto alle pale eoliche tradizionali e se potrà diventare una valida alternativa a vantaggio delle energie rinnovabili.




La ricerca di nuove soluzioni nel campo delle energie rinnovabili e pulite è, evidentemente, oggi sentita come una necessità per raggiungere la piena sostenibilità, a livello ambientale, sociale ed economico.

In quest’ottica si muove anche Saphon Energy[4], che deve il suo nome al dio punico del vento, Baal Saphon.

Ci spostiamo, dunque, dal nord Italia alla Tunisia, dove il teamSaphon Energy partendo dal concetto del creatore di Saphonian, Anis Aouni,Innovationis not just a question of cleverness. It is rather a deeper and differentobservation of the obvious”, ha ridisegnato il concetto stesso di pala eolica a movimento rotatorio, attraverso una trasformazione piuttosto radicale della torre eolica tradizionale a cui siamo abituati.

Secondo Saphon team le pale eoliche rappresentano semplicemente un’evoluzione moderna del tradizionale mulino a vento, ma il sistema necessita di innovazioni migliorative, così, hanno pensato alle vele delle imbarcazioni, perché sono quelle che sanno sfruttare in modo ottimale l’energia cinetica del vento.

Dalle pale a movimento rotatorio si è, quindi, passati ad un sistema chiamato TheZero-Blade Technology , che di profilo ricorda una barca, una sorta di grande cerchio convesso verso il centro, realizzato in stoffa o in plastica, collegato ad un’asta ed a una specie di timone[5].
Saphon non esegue un movimento rotatorio ma è fisso ed orientato verso le correnti, in questo modo riesce a catturare una maggior quantità di energia cinetica, da utilizzare nell’immediato o da immagazzinare, grazie ad un accumulatore idraulico connesso direttamente al dispositivo eolico Saphon.

L’obiettivo principale è quello di massimizzare la resa energetica riducendo i costi, le dispersioni e gli effettinegativi che pesano sull’energia eolica, più precisamente, come indicano i tecnici di Saphon:  

  • L’elevata dispersione energetica. Saphon Team stima che la dispersione dell’energia catturata dalla pala eolica tradizionale sia calcolabile intorno al 70%, a causa di una tecnologia ancora poco funzionale;
  • L’inquinamento acustico e alcuni effetti dannosi sull’uomo[6];
  • Il disturbo arrecato all’avifauna, ai segnali radar  ed alle ricetrasmittenti;
  • La fragilità delle torri eoliche in condizioni meteorologiche particolarmente avverse;
  • L’elevato costo in fase di costruzione e di installazione degli impianti eolici tradizionali;
  • La mancanza di un sistema efficace di stoccaggio dell’energia prodotta per il consumo a posteriori.

Con questo sistema, più efficace e resistente e meno costoso, si dovrebbero raggiungere livelli di efficienza impensabili con un sistema tradizionale[7].

Saphon è un progetto in start up, con brevetto depositato e prototipo in fase di sperimentazione, superata questa prima fase si dovrebbe raggiungere la fase di realizzazione che consentirà di testare effettivamente l’efficacia del sistema.

Come sopra non resta che attendere dati più certi per capire se potrà davvero cambiare la prospettiva in favore di un deciso passo verso le rinnovabili, con un indubbio vantaggio economico ed ecologico per la società.










B. Saccagno



[1] Kite Gen Research S.r.l. and Sequoia Automation Via XXV Aprile, 8 10023 Chieri (TO) info@kitegen.com
[2] Secondo i “dati sul ventoforniti da Kitegen le pale eoliche attuali non riescono a raggiungere un’altezza sufficiente per catturare l’energia eolica in quantità tale da generare una produzione energetica sufficiente per sostituire le tradizionali ed inquinanti fonti energetiche. Per ottenere migliori risultati è necessario arrivare, almeno, sino a 800 mt di altezza. Studi sull’effettiva efficacia della “raccolta di vento in quota” si trovano anche nell’articolo “GlobalAssessment of High-altitude Wind Powers”, di L. Archer, K. Caldeira, energies, 2009  http://kitegen.com/
[3] I venti hanno energia (intesa come la somma di velocità e valori energetici costanti) variabile che dipende non solo dalle condizioni climatiche e di altitudine ma, anche, dalla zona di passaggio. Salendo in quota si riducono, ma non si eliminano, le possibilità di “intermittenza” energetica.
Cfr. Global Assessment of High-altitude Wind Powers”, di L. Archer, K. Caldeira, energies, 2009.
[4] Saphon Energy, 3, impasse n°3, Avenue Azouz Rebai, El Manar 2, BP 2092 Tunis, Tunisia, info@saphonenergy.com
[5] Il sistema funziona con un motore idraulico e con dei pistoni che sono in grado di catturare una maggiore quantità di energia cinetica per trasformarla in energia meccanica. Il movimento stesso della vela nel catturare energia diventa esso stesso un generatore di energia per il funzionamento di tutto il meccanismo Saphon.
[6] In specifico sostengono che la vicinanza ad un parco eolico genera sull’uomo malesseri quali nausea, mal di testa ed insonnia, a causa delle vibrazioni e del rumore che le turbine eoliche tradizionali producono.
[7] Secondo il suo team creativo Saphon può superare i limiti della legge di Betz che stabilisce che la massima energia possibile ricavabile dal vento non possa superare una percentuale stimata al 59,3%..

Eunomica Blog