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lunedì 4 luglio 2016

Intervista a Edoardo Ghelma - GAS



GAS Borgosesia (Vc)


Per iniziare le va di sciogliere e spiegare in breve l’acronimo GAS?

«Significa "Gruppo di Acquisto Solidale". Semplicemente è un'associazione che riunisce un gruppo di famiglie con l'intento di acquistare prodotti di qualità, preferibilmente biologici, ad un prezzo scontato, possibilmente a Km Zero e con lo scopo, non secondario, di sostenere e incrementare lo sviluppo dei produttori locali».


Da quali bisogni ed esigenze è nato il Gruppo Acquisto Solidale di Borgosesia e come funziona?

«È nato per un bisogno di divulgare una cultura dell'alimentazione (e non solo) più sostenibile e naturale. Non trascurando il valore di fare cose condivise e socialmente aggreganti».

Ci potrebbe fare un breve identikit dei vostri aderenti? (Chi è, se c’è, l’aderente tipo del Vs GAS)

«La platea (circa 90 soci) è variegata. Dal vegano all'onnivoro. Tutti però accomunati principalmente dalla ricerca del "buono", del "sano" e del "territoriale. Ogni socio può proporre prodotti e articoli che, se condivisi, potrà gestire direttamente».

La partecipazione e la fiducia sono due elementi chiave per tutte le buone pratiche dell’economia solidale a base condivisa e compartecipata, questo comporta anche, di fatto, un ruolo attivo di cittadinanza che prevede l’assunzione di responsabilità e di impegno per la crescita e lo sviluppo di un “modello sostenibile”. Oggi in una società liquida e spesso superficiale non sembra semplice, quasi utopia, eppure è una realtà, solida ed in crescita, quella dell’economia solidale e della condivisione in tutte le sue forme. Quale futuro vede per l’economia della condivisione?

«Può sembrare un paradosso la crescita di aggregazioni come un GAS, in un mondo consumistico e in una società che si percepisce "galleggiante" nel vuoto. Non è così. Nei momenti di aridità bastano poche gocce d'acqua e i semi sani spunteranno dalla terra producendo germogli che faranno ben sperare in un futuro raccolto. Mai come ora, dal nostro osservatorio, percepiamo l'esigenza di condivisione e di formare gruppo. Senza eccessi di chiusure elitarie, la condivisione e l'esperienza aggregativa, saranno il motore per creare una coscienza collettiva più matura e solidale».

Aderire ad un gruppo di acquisto solidale non significa solamente dare valore ai prodotti Km 0 ma è un atto di economia solidale ed è una buona prassi sostenibile che nasce da una filosofia di vita più attenta alla qualità, alla cultura e alla conoscenza ed al valore del territorio. Sicuramente richiede un approfondimento delle informazioni e il superamento del sistema consumistico spinto attuale. Qual è, secondo lei, l’impatto economico che i GAS hanno sul territorio e sul suo contesto socio culturale? Vi sono elementi critici da migliorare per diffondere maggiormente questa buona pratica?

«La nostra dimensione piuttosto limitata incide modestamente sull'economia locale. Certamente ha fornito una boccata d'ossigeno a micro-produttori (per es. apicultori, produttori di formaggi e salumi freschi, produttori di mirtilli, produttori di patate, produttori di detersivi bio, etc.) tutti locali. Questa prassi introduce degli elementi di novità che un poco alla volta produrranno dei frutti. Per esempio: acquistiamo da un allevatore di bovini due capi all'anno per distribuire la carne ai soci. Abbiamo preteso, ottenendo la massima collaborazione, che i manzi allevati fossero alimentati esclusivamente da erbe di alpeggio e fieno, senza aggiunta di altri integratori. Questa operazione, oltre a fornire qualità, ha permesso di "educare" il produttore».

In un GAS molta importanza ha il produttore e la fiducia che gli si concede in base alla sua capacità di produrre secondo una logica sostenibile, locale e di qualità. In che modo scegliete e valutate i vostri produttori e come li fate conoscere ai vostri aderenti?

«Come ho risposto alla domanda precedente prima di acquistare i prodotti di un nuovo fornitore facciamo una verifica poi testiamo i prodotti e dettiamo alcune condizioni che, fino a d'ora, vengono rispettate. In alcuni casi facciamo testare i prodotti ai soci che riteniamo più "esperti" nel settore e ci atteniamo al loro giudizio. Non è comunque facile trovare il giusto rapporto qualità-prezzo su prodotti non locali quali: olio, agrumi, farine, noci, etc. per cui a volte ci affidiamo all'esperienza di altri GAS e all'affidabilità del fornitore».

Mi può dare la sua personale definizione di economia solidale e di consumo critico?

«Economia solidale esclude lo sfruttamento dell'uomo e della natura. Il consumo critico non "consuma" risorse».




B. Saccagno



mercoledì 4 maggio 2016

Intervista a Riccardo Biasetti

Avvocato

«Dacci la tua personale definizione di “diritto” e di “etica”».

«Il diritto è ciò che si stabilisce (o si riconosce) essere giusto, l’etica è ciò che è (o dovrebbe o sarebbe dovuta essere) l’essenza di ciò che si  stabilisce (o si riconosce) come diritto».

«Perché hai scelto di fare l’avvocato e quali prospettive intravedi per il futuro della professione in un contesto socio economico e culturale liquido che si sta trasformando a contorni sfuocati verso un cambiamento di rotta che si origina dal ‘basso’, che è in fermento ma ancora allo stato embrionale per avere delle prospezioni e proiezioni affidabili per il medio lungo termine?».

«Purtroppo non vedo nessun cambiamento di rotta che si origina dal basso, soprattutto per quanto riguarda la mia professione, che ho scelto per passione e inclinazioni personali.
Le prospettive sono quelle di una bipolarizzazione: da un lato chi ha ampio parco clienti e capitale da investire, dall’altro chi può principalmente offrire solo le proprie competenze professionali; con la costante progressione della gerarchizzazione/subordinazione tra i primi e i secondi e con l’erosione del numero di avvocati che riescono ad esercitare tenendosi fuori da questa dinamica». 

«Se dovessi rispondere a bruciapelo quali sono le 3 qualità che un ‘buon’ (qui inteso nel senso greco del termine) avvocato deve avere?».

«Equilibrio, intuito, prontezza».

«Tu come professionista fai parte di arcipelago Scec, quali ragioni ti hanno portato a scegliere questo percorso per valorizzare sia il tuo lavoro sia il valore umano all’interno di un contesto sociale condiviso e compartecipato?».

«Scec è l’acronimo di “solidarietà che cammina” e i principi etici sottesi alla circolazione degli Scec uniti alla pragmaticità e convenienza di tale sistema di scambio complementare   sono stati i motivi che mi hanno portato ad aderireentusiasticamente a tale piattaforma».

«Non si può nascondere che il sistema giuridico nei suoi meccanismi ha diverse pecche, libero di dissentire in toto ma di fatto migliorie per arrivare a snellire ed ottimizzare le risorse a vantaggio di tutti se ne potrebbero fare; dal punto di vista di un professionista quali accorgimenti o correttivi sarebbe necessario apportare quanto prima per migliorare il lavoro quotidiano nel campo della giustizia?».

«Approssimando per esigenze di sintesi, credo che occorra distinguere tra “sistema giuridico” inteso come ordinamento giuridico, nella sua totalità, “sistema giudiziario” ossia la “macchina che applica la legge” e “funzionamento del sistema giudiziario” ossia come in concreto questa macchina opera.
Tutti e tre i livelli possono e devono essere migliorati (non solo in Italia).
Al momento credo che l’accorgimento “più facile” da attuare e che può dare benefici già nel breve termine sia l’ulteriore potenziamento della digitalizzazione e delle comunicazioni telematiche».

«Proverbio dice “fatta la legge fatto l’inganno” quasi a ribadire che la legge è un incidente di percorso superabile con l’astuzia, giocando non sempre pulito, probabilmente un retaggio di esempi negativi che tutti i giorni si hanno sotto gli occhi, dei tanti divieti limitanti contenuti nelle norme e di casistiche generali che non colgono le particolarità che seppure piccole sono importanti; questo in un certo senso crea un clima di sfiducia verso ciò che invece dovrebbe non solo tutelarci ma aprirci le possibilità ‘di essere e di fare’. Sebbene non sia facile produrre una norma valida per tutti, così come non è automatico arrivare a modifiche in ‘positivo’, quali possono essere i processi per arrivare ad una progettazione del diritto compartecipata non a valore privativo e restrittivo ma costruttivo e quali sono gli strumenti che gli ‘uomini e donne di legge’ hanno a disposizione per non fermarsi alla mera applicazione automatica quando ritengono vi siano cambiamenti di apportare alla norma vigente?».

«Gli operatori del diritto non possono eludere le disposizioni di legge, possono solo applicarle interpretandole in conformità dei principi sottesi ad esse tenendo peraltro conto della gerarchia delle fonti normative e dei rimedi previsti in caso di dubbia costituzionalità o conformità al diritto dell’Unione Europea. In questo contesto si inserisce altresì la c.d. Interpretazione adeguatrice che non è elusione ma è applicazione, applicazione sensibile alle esigenze di tutela che costituiscono la ratio delle disposizioni già vigenti, generali o particolari che siano.   
Una progettazione compartecipata del diritto (intesa come progettazione di nuove disposizioni o di nuovi complessi normativi) può avvenire attraverso strumenti di partecipazione popolare, l’importante è che sia ben chiaro il fatto che limitatamente agli aspetti tecnici ci può essere un dibattito solo fra tecnici del diritto e non anche tra coloro che non lo sono».

«Ogni disciplina ha il suo vocabolario tecnico con significati e significanti ben precisi che ben di rado escono dal circolo elitario degli ‘addetti ai lavori’ e questo gioco forza genera confusione e distanze, soprattutto quando i termini tecnici vengono utilizzati in modo improprio e superficiale, come spesso capita. Nell’era digitale, da titoli improbabili e notizie sempre più frequenti ma di bassa qualità, quali sistemi si potrebbero sviluppare in modo semplice ed intuitivo per diffondere la cultura tecnica a favore della conoscenza e della consapevolezza che avrebbe l’indubbio vantaggio di comprendere senza incappare in errori macroscopici e campagne demagogiche false e tendenziose?».

«Se è vero che, come dicevo, un dibattito tecnico può solo avvenire tra addetti ai lavori è altresì vero che chi non lo è, e ha una cultura/istruzione media, è comunque in grado di conoscere e capire un glossario giuridico minimo, sufficiente a evitare molti fraintendimenti.   
Occorrerebbe un’opera di divulgazione mirata (soprattutto nelle scuole) e  delle avvertenze obbligatorie in calce agli articoli di cronaca giudiziaria che molto spesso giocano sulle ambiguità; un caso  frequente è quello in cui l’autore dell’articolo prospetta come stupro qualsiasi violenza sessuale, la quale, ai sensi dell’art. 609 bis codice penale, può consistere anche in un palpeggiamento indesiderato della coscia (fatto da punire  ma non certo assimilabile ad uno stupro) ; altra ipotesi tutt’altro che rara è quella in cui una sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione viene illustrata come sentenza di assoluzione».

«Oggi si potrebbe dire che è prassi rivolgersi all’avvocato solo in estrema ratio quando un danno è stato fatto o subito o per scontrarsi contro altri, sebbene a volte basterebbe buon senso e pacifica comunicazione, con il risultato di intasare i tribunali; quando forse la pena spendersi per promuovere la cultura della consulenza preventiva che permette di evitare processi e contenziosi che potrebbero essere risolti in maniera molto più semplice e ‘vantaggiosa’, a partire dal minor spreco di tempo e risorse. La consulenza preventiva potrebbe migliorare il rapporto diritto/cittadino a beneficio della comunità e favorire un percorso di dialogo ragionato più oculato?
Ritieni sarebbe opportuno favorire questo tipo di percorso, quali vantaggi potrebbe portare effettivamente, naturalmente se ritieni ne abbia? ».

«Sicuramente. È il miglior modo non solo per ridurre il  contenzioso giudiziario - evitando di  rivolgersi al legale solo quando si è già ricevuto un atto giudiziario e pertanto quando un procedimento giurisdizionale è già stato incardinato -  ma anche per migliorare la propria tutela: spesso ci si rivolge all’avvocato quando è troppo tardi ossia quando poteri che potevano essere legittimamente esercitati - non necessariamente in sede giudiziaria -  si sono prescritti  o non possono più in concreto essere esperiti».  

«Ed infine caro avvocato quali sono i valori aggiunti ed il potenziale esprimibile che il diritto può apportare per partecipare ad una costruzione sinergica di un processo di riprogettazione sociale a 360° che abbia come obiettivo l'equilibrio ed il benessere a vantaggio di ogni singolo individuo e del pianeta?».

«Pensare che il diritto possa dare un valore aggiunto ad una riprogettazione sociale radicale, significa pensare che esso si ponga in una relazione accessoria rispetto alla società, un qualcosa in più che può essere dato ad essa. In realtà si tratta invece di una totale compenetrazione.
Un brocardo recita ubi societas ibi ius, ubi ius ibi societas . Non esiste società senza diritto ma non esiste nemmeno il diritto senza una società, in quanto il diritto è relazione. Occorre un diritto sano in modo che la società si sviluppi in maniera sana ed occorre una società sana in maniera tale che essa possa esprimere un diritto altrettanto sano.
Laddove c’è un accordo (anche tacito) c’è diritto, laddove c’è  consuetudine c’è  diritto,  la riprogettazione sociale è essa stessa diritto».




martedì 15 settembre 2015

Intervista ad Alberto Gallo






Presidente dell'Associazione Arcipelago Piemonte 
e CTA presso piemex.net/



Cos’è e come funziona lo SCEC?

«Buongiorno Barbara, e grazie per l'invito a parlare di questo strumento.
Cercherò volentieri di dare qualche indicazione utile, convinto come sono che è sempre più importante riflettere su alcuni concetti chiave come quello del denaro, ma anche e soprattutto sul concetto di valore.
Troppo spesso infatti ho notato che, parallelamente a discettazioni più o meno corrette sul funzionamento del denaro, si affiancano proposte a mio avviso dal respiro corto, nel senso che si occupano di trovare modi alternativi per immetter semplicemente nuovo denaro nel sistema, attualmente asfittico. Le conseguenze di un approccio così inteso rischiano di essere inaspettate dagli stessi promotori: si rischia, in estrema sintesi, di fornire una stampella a un capitalismo che dovrebbe viceversa esser lasciato morire di morte naturale, o meglio riformato dalla radice, a partire dal concetto di valore.
In questo panorama così variegato, che parte dalla critica all'attuale sistema socio-economico, i progetti delle cosiddettemonete sociali” (termine che vuole escludere le monete complementari/alternative/locali di pura vocazione di business), si staglia con nettezza il progetto di Arcipelago Scec, proprio per un'intuizione valoriale che discosta di molto da altre iniziative.

In estrema sintesi, lo Scec è il simbolo di un accordo tra persone, associazioni, aziende, enti locali e istituzioni in generale, che si accordano appunto per utilizzare lo Scec (una sorta di “unità di misurazione di valore” ad adesione volontaria) per agevolare degli scambi economici e sociali che promuovono un nuovo modello di sviluppo, che non è inteso come crescita nella produzione di beni, ma come crescita della convivialità per dirla con Ivan Illich, precursore di ragionamenti fondanti la recente convergenza attorno all'apparentemente tautologico concetto del buen vivir”.
Lo Scec viene emesso a livello nazionale da un'associazione senza scopo di lucro (Ass. Culturale Arcipelago Scec), che è articolata a sua volta in varie associazioni regionali, per avvicinarsi alle reali condizioni di sviluppo del circuito.
Cosa vuol dire emesso?
Vuol dire che esattamente come il denaro, è messo in circolazione per agevolare gli scambi. Solo, il meccanismo di emissione è antitetico al meccanismo usato dal denaro, e anziché esser addebitato alla comunità che lo utilizza (come succede per euro, dollaro e via dicendo), lo Scec viene al contrario accreditato, o emesso a fronte di prestazioni con un valore sociale riconosciuto.
Se il debito (moneta a corso forzoso-obbligatorio) crea sfiducia, e le sue conseguenze (la coperta che si fa sempre più corta, per sintetizzare) creano competizione, il credito viceversa (così come la volontarietà rispetto all'obbligatorietà) crea fiducia e collaborazione.
Accettare lo Scec vuol dire far parte di un patto sociale che ha queste premesse, per cui il suo sviluppo potrebbe portare alla valorizzazione di alcune pratiche come il volontariato e i suoi connessi valori, così come la fiducia e la solidarietà in senso lato.
La portata culturale di questo progetto è enorme, perchè è un ponte verso l'economia del dono, che si concreta quando “vesto” il denaro di un patto sociale diverso. Invece che “sterco del demonio”, il denaro può diventare strumento utile a svilupparci ma sul serio: non quindi uno strumento per costruire più macchine del nostro vicino, ma uno strumento per evolverci umanamente.
Lo Scec, una volta messo in circolazione, viene utilizzato per “misurarelo sconto (fino ad un max del 30%) che le aziende o professionisti con p.iva vogliono riconoscere agli aderenti allo Scec. Lo sconto così viene pagato in Scec e risulta fuori dall'imponibile (essendo un buono sconto fiscalmente riconosciuto come tale), così l'esercente che ha fatto gli sconti non ha perso potere d'acquisto (nel caso in cui riesca a rispendere gli Scec nel circuito) e anzi ha abbassato l'imponibile per ogni singola unità venduta.
C'è da dire anche, però, che con una politica di sconto così impostata, anche nuovi clienti vengono attirati (perchè potranno pagare una parte del prezzo in Scec, che gli son stati regalati, o che hanno guadagnato con un'azione virtuosa), quindi il gettito fiscale complessivo aumenterebbe addirittura, con buona pace di quelli che per partito preso si propongono di difendere il sistema esistente nonostante le evidenti assurdità che comporta. Non apro certo qui il tema fiscale...ma ho fatto questo esempio solo per indicare che il realismo che si ferma fino alla punta del naso, è più pericoloso della cecità totale, per dirla con Dostoevskji.
Gli Scec possono anche esser usati al 100% quando l'accettatore non esercita l'attività con una p.iva associata: si aprono quindi gli spazi per incentivare lo scambio di beni usati (o riparati!), o per dare luogo a scambi di prestazioni lavorative che siano più variegate di quanto normalmente può esser possibile con le BdT (banche del tempo), dove per principio fondante ogni ora di lavoro vale quanto qualunque altra (tagliando però fuori chi ancora non ha raggiunto tale livello di illuminazione...soprattutto se appartenente a mestieri per cui una grande preparazione o responsabilità rende giustificabile un maggior costo orario).
Anche come innesco di una nuova attività, o per agevolare soprattutto le associazioni nello svolgere le loro attività (già in linea con la visione promossa da Arcipelago Scec) lo Scec potrebbe svolgere un ruolo cruciale. Tutto questo, a patto che si venga a conoscere lo strumento e la visione, e che ognuno se ne faccia ambasciatore in prima persona!».

Dacci una tua personale definizione di “costruttore del nuovo”
«Cavolo...non l'ho formulata io, ma la sottoscrivo in pieno.

L’economia del dono viene spesso sottostimata perché misura un valore che si svincola dal sistema finanziario in atto, perché misura qualcosa che non può essere calcolato secondo le regole vigenti poiché non genera reddito e ricchezza, eppure nella realtà sono valori fondamentali per lo sviluppo e la sopravvivenza di ogni contesto sociale. Di fatto ogni comunità, in scala micro e macro, si basa proprio su questa silente economia per continuare ad esistere, basti pensare, ad esempio, al valore tempo che ogni individuo mette a disposizione nelle sue connessioni quotidiane e che, al contempo, riceve in cambio.  Possiamo misurarlo dandogli un giusto valore?
Possiamo definirlo un gesto economico che apporta benefici, che produce qualcosa, che aumenta il potenziale esistente?
Qual è il tuo pensiero in merito all’economia del dono?

«Mi scuso in anticipo per non riuscire a condensare in una risposta il mio pensiero...ma proverò un'operazione di sintesi.
Con la tua domanda hai centrato in pieno gli aspetti che rendono difficile concepire alcuni aspetti della vita quotidiana come portatori di valori economicamente intesi come tali.
La misurabilità ha ipso facto a che vedere con il concetto di quantità, mentre i valori dell'economia del dono sono senza dubbio incentrati sull'aspetto qualitativo del valore. A questo proposito, vorrei ricordare in breve cosa è successo all'utopia di Keynes sulla capacità di redenzione del capitalismo: nel 1928 davanti ad una platea di studenti l'illustre economista dipinse i contorni della sua personale utopia riguardante il capitalismo. Sosteneva infatti che il capitalismo fosse necessario come “fase transitoria” per incanalare le degenerazioni umane in funzione di una produzione efficiente di prodotti e servizi (la vecchia idea di Smith e poi Mandeville, di vizio privato come pubblica virtù). Nel giro di 100 anni l'aumento di produttività avrebbe donato all'umanità la possibilità di vivere in pace, riducendo in modo sostanzioso il tempo dedicato all'attività lavorativa. Le previsioni di Keynes sulla produttività si sono avverate...ma l'uomo non è stato in grado di saziare il suo appetito con i beni a sua disposizione, poiché al di là dei beni “necessari” ad una vita dignitosa si affiancarono ben presto, per poi prendere il sopravvento, i beni “posizionali”, il cui senso è legato indissolubilmente ad un'idea di supremazia su altre persone. Succede così che beni “di moda” (desiderati perché altri ce li hanno), “snob” (desiderati perché altri non li hanno) e dei beni “Veblen” (la cui funzione è quella di esser una sorta di “pubblicità” della ricchezza, perché valutati in base al loro costo prima di tutto) hanno reso impossibile sostenere una crescita in termini di benessere che accompagnasse una crescita produttiva.
È successo invece l'opposto, e non si vede come la situazione potrebbe cambiare, anzi la spirale degenerativa è già ben evidente: se traiamo soddisfazione da una posizione di superiorità invece che da una sensazione di appartenenza e condivisione, siamo destinati ad avere eterne frustrazioni come specie umana. Solo un cambio paradigmatico che porti alla luce i valori più “sottili” e meno grossolani può invertire la tendenza.
L'economia del dono in particolare è strettamente legata al tema delle monete sociali, perchè implica l'instaurazione di un rapporto fiduciario, che è lo stesso che permette all'economia del dono di funzionare, di fatto avvicinando l'umanità a quell'utopia che è alla base della migliore letteratura anarchica: l'uomo svincolato da obblighi che per spirito di amore verso il suo prossimo libera finalmente la sua parte spirituale (se mi si consente il termine) per completare un'evoluzione che sempre più appare urgente non più in termini di crescita materiale, quanto di crescita interiore.
Sciolto il patto faustiano del capitalismo (che in Goethe, in piena rivoluzione industriale ha un lieto fine, ovvero l'anima di Faust che va in paradiso per le buone intenzioni, mentre posteriormente, dopo la seconda guerra mondiale con Mann finisce per impazzire, ovvero la versione laica dello status infernale), l'uomo che vive secondo l'economia del dono può ambire a stringere un patto con la sua parte celeste, dove non ci sono contraddizioni tra mezzi e fini.
Quanto appena scritto credo possa far intuire quanto sia difficile il passaggio cui stiamo tendendo, ma al contempo può mitigare la paura di non trovare un “giusto corrispettivo” per attività che per loro natura hanno poca vocazione a esser quantificate dunque paragonate. Ciononostante, soprattutto in una fase di transizione verso questo modello credo sia di importanza capitale creare modelli di riferimento trasparenti innanzitutto, per raccogliere e modellare il nuovo sistema a seconda del valore percepito dalla comunità di riferimento».  

La crisi ormai cronica che attanaglia il mondo in generale e l’asfissia auto generata del mercato, paralizzato per la mancanza di fiducia che frena la circolazione di denaro, ma anche di idee e di sfide da intraprendere, ci ha spinti a ricercare nuovi sistemi alternativi che possano muoversi in parallelo cercando di cambiare i paradigmi finanziari attuali rimettendo al centro il capitale umano quale punto imprescindibile di partenza per ripartire ricostruendo un’economia capace di misurare il valore in modo equo. Le monete complementari e Arcipelago Scec sono parte di questa evoluzione, tu ne sei profondo conoscitore e parte attiva, per cui hai il polso della situazione, puoi dirci a che punto stiamo oggi?

«Ehm...no.
Intendiamoci, quello che intendo è che la quantità di variabili è tale da rendere pretenziosa a mio avviso qualunque previsione sull'evoluzione di questi strumenti. È possibile tracciare vari scenari, ordinati per probabilità, ma sono certo che questa classificazione per ordine di probabilità potrebbe trovare innumerevoli discordanze.
Ora che ho scansato il ruolo di Cassandra, dico la mia senza pretendere di aver l'ultima parola: l'uomo si muove per soddisfare delle necessità, e le necessità più tradite in questo periodo storico (almeno nel nostro mondo occidentale) sono quelle rappresentate da valori “umani” e non materiali.
Da qui, il mio ottimismo sull'evoluzione di queste dinamiche, che sono in grado di ristabilire un certo equilibrio tra necessità “de panza” e quelle “de core”.
Ora si assiste ad un gran fermento, e anche a livello istituzionale ci sono certe aperture, anche se ristrette a progetti meno destabilizzanti di quanto può esser Arcipelago Scec.
Guardo con interesse anche l'esperimento di Faircoop, che vorrebbe creare una piattaforma cui tutta l'economia anticapitalista mondiale possa convergere e creare valori in grado di sovvertire gli equilibri (precari a dir poco) attuali, anche grazie ad una criptomoneta (Faircoin) che sembra poter eliminare o quanto meno mitigare gli aspetti più contraddittori di Bitcoin e compagnia cantante.
L'Europa e l'Italia in particolare sono in una posizione privilegiata per esprimere con forza alternative percorribili, il cui successo è legato a filo doppio alla capacità che avremo di unire i mille rivoli del cambiamento in una direzione coordinata. Ed il coordinamento passa attraverso il patto sociale necessario a una nuova fattispecie monetaria, in grado di promuovere quanto sopra». 

È quasi sintomatico che quando si parla di gratuità, solidarietà sociale, scambio e persino di fiducia ci sia un atteggiamento iniziale piuttosto diffidente, sovente anche da parte di coloro che più dovrebbero afferrare il concetto, probabilmente molto è dovuto ad una forma mentis che ci è stata inculcata e che ci porta a temere qualsiasi cosa esca dai binari che ci propongono come gli unici possibili. Tutto quello che è semplice, logico e di fatto parte della nostra storia umana oggi ci sembra lontano ed inattuabile, siamo sempre tentati di primo acchito di chiuderci in difesa, evitando di conoscere.  Altre volte, una sorta di chiusura arriva anche da chi propone la condivisione e lo scambio per cambiare il sistema verso chi “non vuole capire”, questo però lascia di fatto dei vuoti che si dovrebbero cercare di colmare, perché acculturare è un passo fondamentale per cambiare. Avendo tu una lunga esperienza, qual è la tua personale ricetta per riportare la fiducia al centro dei rapporti sociali che comprendono ovviamente anche quelli economici e culturali?

«Hai toccato un altro punto cruciale. Un vero e proprio nodo gordiano in realtà, che necessita di un taglio netto con quanto abbiamo appreso, per approdare ad una dimensione nuova, e non semplicemente un nuovo vestito su un corpo malandato.
E' altrettanto vero che un atteggiamento prometeico o giudicante ostacola questo passaggio, per cui credo che il processo ideale sia quello intrapreso dal gruppo de Italia Che Cambia: i ragazzi che hanno iniziato a mappare le realtà del cambiamento in Italia e che ora, caso più unico che raro, hanno guadagnato il rispetto e la credibilità da ogni realtà che hanno toccato.
Come hanno fatto?
Beh, innanzitutto hanno iniziato riconoscendo il buono che c'era nelle realtà esistenti. Questo ha permesso di instaurare un dialogo, che altrimenti sarebbe stato compromesso.
Riuscire a empatizzare con i nostri interlocutori è fondamentale, per cui suggerirei semplicemente di agire in gruppo per quanto possibile, adottando sistematicamente processi di facilitazione per agevolare una comprensione più profonda, e soprattutto perseguire una creazione di reti di supporto che partano dalle associazioni di persone, e da reti già esistenti di persone che si conoscono e si stimano.
La fiducia si instaura con l'empatia e non con il giudizio, ma la nostra mente raziocinante, il nostro emisfero cerebrale sinistro (e maschile...) che è sovra-sollecitato non ha gli strumenti per uscire da questo vicolo cieco.
In pratica, c'è bisogno di dare respiro al nostro emisfero cerebrale destro, emotivo e femminile, capace di intuito e di connessioni profonde. Anche il linguaggio non è adatto a questo (in queste risposte ho spesso parlato di “uomo” per intendere “umanità”, per esempio..), ma se è vero che siamo entrati in una fase di cambiamento astronomico, chissà che non possiamo aprirci anche a questa spaventosissima possibilità: abbandonare l'approccio rapace e predatore tipico di una mente calcolatrice e adottare l'approccio amorevole e di condivisione che fa pur sempre parte di noi, anche se a fatica riusciamo a immaginarcelo come capace di soppiantare il modello esistente.
Ma tornando ai ragazzi de Italia Che Cambia, che cosa hanno fatto loro?
Hanno introdotto concetti (maschio) o ricevuto stimoli (femmina)? “La seconda che hai detto” direbbe Guzzanti...».


Quali sono secondo te i punti più deboli da sviluppare in Arcipelago Scec per potenziarlo e per migliorare la sua diffusione concreta?

«Credo di averli nominati in ordine sparso sopra, ma li riporto qui per comodità: bisognerebbe innanzitutto riuscire a coinvolgere le associazioni, prima di tutto conoscendole e apprezzandone lo sforzo, per poi semplicemente offrir loro la possibilità di adottare uno strumento nuovo nella loro progettazione, che permetta loro di perseguire con più efficacia e coerenza i loro fini sociali.
A cascata, con una maggior partecipazione, crescerebbe anche l'efficacia nella gestione dello strumento stesso, e ci scommetto anche nuove possibilità di utilizzare lo Scec in contesti che magari ancora non abbiamo immaginato.
A livello personale, gli attivisti di Arcipelago Scec vorrei sapessero adottare il sopra citato approccio femminile, anzi materno. Senza di questo sennò come può nascere qualcosa?».

Tu hai conoscenza diretta dei sistemi di economia sociale dell’America Latina, dove sicuramente le condizioni di vita e le risorse sono certo meno “ricche” delle nostre economie occidentali, quali sono le differenze fra il nostro pensiero ed il loro e cosa dovremmo imparare dal loro esempio per riuscire finalmente ad uscire dallo stallo economico che prima di tutto è mentale?

«La dimensione comunitaria sembra esser più vicina a chi non vive nell'abbondanza materiale.
Lo stesso Kropotkin scriveva le sue pagine più alte avendo davanti a sé una società la cui povertà di mezzi rendeva quasi inevitabile una collaborazione, pena la morte.
Quello che ho visto con nettezza è che si riesce in quei contesti a ridimensionare l'ego ipertrofico che inquina la nostra società, che è fondamentalmente individualista.
La dimensione comunitaria assume un valore superiore, che sublima in qualche modo gli sforzi individuali, armonizzandoli.
La nostra società viceversa sembra un'orchestra di virtuosi musicanti...che però suonando senza ascoltare gli altri creano cacofonia e frustrazione per i risultati che ben lungi dal sommare le singole capacità sembrano vanificare degli sforzi individuali notevoli.
Mi piace pensare alla permacultura nei termini più radicali, e per progettare una società secondo le indicazioni che ha dato questa nuova branca di studi, è essenziale utilizzare al meglio le energie a disposizione.
Dunque, è ora di prendere atto di questa semplice constatazione: chi fa da sé...si sta masturbando».


Quanta diseconomia di scala c’è in quello che noi pensiamo economico?

«Rispondo con un'immagine.
In fondo, riassume abbastanza bene il fatto che il nostro concetto di “efficienza economica” è ben distante dall'effetto “a cascata” che ci si ostina a indicare come risolutivo.
In termini più generali poi, la discussione potrebbe esser fuorviante, perchè dovremmo analizzare la gestione delle risorse per rispondere adeguatamente a questa domanda, ma per non cascare in ragionamenti utilitaristici mi limito ad indicare che una società così disuguale non può esser né pacifica né improntata al “buen vivir”.

Neppure per quei pochi in condizione di ricchezza, che al contrario di quanto si possa pensare sono ben lungi dal poter stare rilassati nel loro benessere materiale, costantemente minacciato da chi compete per rubargli un posto  
al sole».                                                                                Immagine tratta da  Illustrazione 1:  
                                                                                                        Fonte: http://utopiarazionale.blogspot.it/2014/08/tra-inquinamento-guerre-fame.html
















Barbara Saccagno

martedì 31 marzo 2015

Intervista ad Alessandro Brandoni




C.T.A. Piemex



Vuoi scioglierci l’acronimo C.T.A. e spiegarci in cosa consiste la tua professione?

«Uno dei tanti elementi di valore che risiede nel progetto Piemex.net è anche quello di avere creato nuove figure professionali, completamente inedite nel panorama lavorativo. Da qui l’esigenza di elaborare, mi si passi il termine, una vera e propria tassonomia dedicata che consentisse di catalogare nuove realtà operative. Nella fattispecie CTA è acronimo di Community Trade Advisor che potrebbe essere tradotto in “facilitatore di scambi territoriali” ma io sono più affezionato alla definizione di “costruttore di comunità”. Si tratta di mettere in relazione imprese locali, liberi professionisti, famiglie e operatori del terzo settore stimolandoli a condividere valori e regole e ad adottare strumenti che consentano loro di essere più forti e resilienti di fronte all’aggressione economico sociale che quotidianamente siamo costretti a subire».


Piemex è un circuito di credito commerciale, come funziona nella realtà un circuito di questo tipo?

«Partiamo da uno dei problemi: la mancanza di liquidità, il denaro che non circola a sufficienza e che quindi non consente la corretta dinamizzazione di scambi di beni e servizi.
Aziende che non riescono a lavorare a pieno regime, che devono rinunciare a vendite per evitare rischio insoluti e conseguentemente tagliano sui costi alimentando un circolo vizioso che rende sempre più scarsa la massa monetaria circolante. In questo caso invece le aziende si fanno credito reciprocamente perché in Piemex il credito contabile diventa immediatamente monetizzabile e può essere speso per acquisti aziendali e personali. Le aziende possono addirittura cominciare ad acquistare prima di aver acquisito crediti e ripagare in seguito con vendite aggiuntive a nuovi clienti.
In pratica si crea un mercato complementare parallelo e aggiuntivo a quello tradizionale dove le imprese trovano la possibilità di scambiare tra di loro i beni e i servizi che il mercato “euro” non riesce ad assorbire. Il tutto attraverso una camera di compensazione (clearing house) dove i rapporti di debito-credito si sommano algebricamente a somma “zero”».


Piemex nasce dall’esperienza di Sardex, di cui è diretta emanazione, com’è nato il progetto e come si sta sviluppando?

«Piemex è il Sardex in “bagna cauda”. È una semplificazione un po’ cialtrona ma consente di trasferire in maniera chiara il concetto che il progetto declinato sul territorio piemontese riprende nella sua essenza gli aspetti fondanti che già risiedono nell’iniziativa dei nostri fratelli maggiori isolani.
Nasce grazie all’intuito e la determinazione di alcuni imprenditori torinesi che, appresa la volontà di Sardex di esportare il modello in altre regioni, si sono resi disponibili a replicare l’esperienza sul territorio piemontese. I risultati ci stanno dando ragione poiché l’interesse e la curiosità verso un nuovo modo di ripensare il sistema economico è giorno dopo giorno crescente».
  

In Italia è difficile modificare abitudini consolidate anche se nel cambio si trarrebbero innumerevoli vantaggi.
Non è facile, proprio per il contesto culturale di riferimento, far comprendere agli imprenditori stessi che un circuito di credito come Piemex aumenta le potenzialità e le disponibilità economiche, grazie ad un meccanismo molto semplice, dando nuovo ossigeno alla propria attività senza dover ricorrere ai tradizionali sistemi finanziari.
Quali sono i vantaggi per un’impresa che sceglie Piemex?

«La difficoltà maggiore consiste nel trovare imprenditori disposti ad aprirsi alla comprensione del progetto. Coloro che si avvicinano senza preconcetti o eccessive diffidenze invece ravvisano immediatamente le potenzialità di un progetto che consente per esempio di liberare liquidità, ottenere fatturato aggiuntivo, diminuire la propria esposizione bancaria, migliorare il cash flow aziendale e azzerare i tempi di pagamento. Inoltre nel mercato Piemex si creano relazioni e connessioni che generano valore sociale e culturale».


La crisi contingente sta paralizzando il paese. C’è bisogno di rivedere i modelli e di cambiare il sistema socio economico e culturale attuale se si vuole progettare un futuro migliore e più sostenibile.
I circuiti di credito e le monete alternative sono sicuramente strumenti interessanti per rimettere in circolo il capitale e le risorse.
Eppure, nonostante siano perfettamente legali e funzionino benissimo, c’è ancora una sorta di diffidenza verso questi sistemi, sebbene, in realtà siano pratiche antiche ed assodate, anche se riviste in chiave moderna.  Dovrebbe essere chiaro e noto a tutti come funzionano, invece non è così.
Quali sono le principali diffidenze ed i dubbi che sono più diffusi - spesso dettati dalla “non conoscenza” - circa monete alternative e circuiti di credito, stando alla tua esperienza diretta e quotidiana sul campo?

«Dici bene: la “non conoscenza”. Viviamo in un sistema che ci porta a dubitare di tutto ciò che non è veicolato dall’informazione generalista. Però cominciano ad esserci sempre più persone che si informano attraverso canali alternativi e questo consente loro di acquisire conoscenza e maggiore consapevolezza.
Il nostro compito è intercettare queste figure e partendo da loro creare un effetto emulazione in chi ancora oggi resta alla finestra.
Ti posso assicurare che accanto ai tanti imprenditori che trattano il progetto con sufficienza o  “ascoltano” con malcelata sopportazione ce ne sono altri a cui brillano gli occhi e sembra ti dicano che non aspettavano altro!».


Quali sono, secondo te, eventuali elementi di miglioramento del sistema Piemex, per renderlo ancora più funzionale e per aumentarne valore e potenzialità?

«Noi stiamo seguendo il percorso fatto in Sardegna, con il supporto e la conoscenza di chi ha già vissuto l’esperienza fin dall’inizio. I miglioramenti sono insiti nel percorso di crescita.
È evidente che con l’incremento della piattaforma di aziende presenti nel circuito si moltiplicano benefici e potenzialità e conseguentemente ci si potrà dotare di ulteriori strumenti operativi che potranno rendere il modello sempre più efficiente.».


Questa lunga crisi ha fiaccato fiducia, risorse e spirito, però, sembra che in questo ultimo periodo qualche cosa stia cambiando e ci sia un ritorno alla concretezza ed alla voglia di unire le forze per creare e crescere insieme, cambiando le visioni.
Incontrando ogni giorno imprenditori, in territori diversi, vedi anche tu margini di cambiamento oppure le cose nella realtà sono diverse?

«Ti confermo che c’è la voglia e il desiderio di partecipare a qualcosa di nuovo e diverso.
Si tratta solo di individuare modi e strumenti. Piemex offre una risposta a questa esigenza».


Vuoi darci la tua personale definizione di “economia”?

«Bella domanda. Credo che risalire alle radici etimologiche della parola aiuti a comprendere, per esempio, che “le regole della casa” hanno poco a che fare con grafici, equazioni matematiche ed indici di borsa.
Penso che ci sia stato un tentativo, riuscito, di espropriare il cittadino comune della facoltà di comprendere i meccanismi economici rendendoli ostici e complicati e quindi alimentando in ciascuno di noi l’intenzione di delegare ad altri il compito di entrare nei meandri di questa materia che si è voluta far percepire come complicatissima e inavvicinabile.
In realtà l’economia ha molto più a che vedere con i rapporti sociali, è filosofia, storia, geografia… cosa dici, si potrebbe sintetizzare ne “i conti della serva”?».


Cos’è una “moneta” e quale valore reale, intrinseco ed estrinseco, ha, o dovrebbe avere, in un contesto socio economico e culturale sano?

«Attenzione!
Stiamo parlando di un dogma  e ovviamente io ne ho una visione “eretica”…
Ho messo nero su bianco una riflessione che titola: “La moneta buona si ispira alla natura” che, per chi vuole, è disponibile sulla mia pagina FB. Alla moneta universalmente vengono attribuite tre funzioni:  mezzo di scambio, unità di conto, riserva di valore. Basterebbe sostituire la parola “riserva” con “misura” e buona parte dei nostri problemi sarebbe risolta.
Inoltre dovrebbe essere sempre disponibile, non emessa a debito e soprattutto non gravata da interesse. Può chiamarsi Euro, Lira o Sesterzio ma se non risulta chiaro a tutti che il vero valore risiede nella nostra capacità di produrre beni e servizi continueremo a subire passivamente le scelte di chi detiene il monopolio della moneta tradizionalmente intesa».










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