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domenica 31 maggio 2015

Aperitivi Culturali al Museo Laboratorio del Mortigliengo - Domenica 07 giugno alle 17.00!



07 giugno 2015
ore 
17.00

Moneta Complementare

con 
Francesco Bernabei
e con la partecipazione di
Alberto Gallo 




Cari amici di Eunomica Vi aspettiamo Domenica 07 giugno al Museo Laboratorio del Mortigliengo (Frazione Mino - Mezzana Mortigliengo) alle 17.00 per una chiacchierata sulle monete complementari da un inedito punto di vista...
A seguire un gustoso aperitivo ed in più potrete visitare l'Ecomuseo di Mezzana, parte della Rete Ecomuseale Biellese, che vi riporterà indietro nel tempo per conoscere la vita di borgata ai tempi dei nostri bisnonni, scoprirete tutto su canapa, olio di noci, aceto di mele...
Non perdetevelo!

Costo 08, 00 Euro a persona.
Bambini fino agli 8 anni, gratuito.
Aperitivi al Museo in collaborazione con Associazione Murceng, Associazione Gaia.
Info e prenotazioni
Lavinia 349 4113478
associazionemurceng@gmail.com




lunedì 21 luglio 2014

Il baratto è di tendenza




Il baratto si può definire la prima forma di scambio consapevole di beni e servizi fra esseri umani in assenza di moneta, ossia una permuta bilaterale che non prevede un mezzo di pagamento avente un parametro noto, chiaro, determinato, riconosciuto da tutti e scambiabile all’interno di un mercato[1].
Il baratto è considerato un sistema “Tipico delle società primitive in cui le famiglie basavano la loro economia sull’autoconsumo…”[2], sebbene sin dalla protostoria siano individuabili merci/prodotti (manufatti, metalli, prodotti naturali - ad esempio conchiglie, orzo, sale, selce, ossidiana, etc -) che assolvevano la funzione di “oggetto di scambio” con valore riconoscibile o, quantomeno, riconosciuto dagli uomini anche a notevoli distanze, una sorta, quindi, di pre-moneta[3].
Per l’antichità è importante sottolineare che il baratto era non solo uno scambio ma anche, e soprattutto, un atto sociale[4], questo era il vero valore aggiunto, il plusvalore che coinvolgeva ed interessava tutti i partecipanti alla “transazione”. Era un efficiente sistema per consolidare e cementare le relazioni sociali, soprattutto di alto lignaggio, attraverso il mutuo scambio di doni[5].
Di certo non si è mai estinto, al contrario è rimasto una pratica attiva lungo il corso dei secoli, seppur con forme diverse; possiamo dire molto banalmente che ognuno di noi si è trovato almeno una volta nella vita coinvolto nel baratto, come ad esempio offrendo qualcosa in cambio di qualcosa altro, le verdure dell’orto o la torta fatta in casa per il baby sitting, i favori fra vicini, o la permuta di trucchi fra compagne di scuola, etc, sulla base tacita di un interscambio riconosciuto di pari valore dalle controparti, con un’entità variabile su base personale e di caso in caso[6].
Nelle economie “moderne”, fortemente orientate al consumismo estremo ed allo spreco, la parola baratto ha assunto un significato negativo[7].
La lunga crisi internazionale ha, però, di nuovo riportato alla ribalta il suo valore positivo, seppure utilizzando il lessico inglese per renderlo di tendenza fra le nuove generazioni anche nella nostra nazione.

Il Baratto contemporaneo: exchange, swap, barter

Negli ultimi anni si sta diffondendo un po’ ovunque la moda del baratto, attraverso punti di scambio riconosciuti e riconoscibili; a partire dal virtuale per arrivare al reale[8] tutti hanno la possibilità di scambiare beni e servizi con altri di proprio interesse, ricreando un circuito virtuoso dove re immettere in circolo prodotti che altrimenti perderebbero valore e andrebbero, di fatto, gettati o inutilizzati, generando diseconomia e spreco.
L’esigenza di ridare un valore reale, durevole e misurabile ai beni, al tempo ed alle proprie capacità e, al contempo, la necessità di ridurre gli sprechi, in un’epoca dove c’è contrazione nella circolazione di carta moneta ed una crescita esponenziale della povertà, anche nei cosiddetti paesi “ricchi”, hanno favorito il ritorno in auge del baratto, che, nel contemporaneo, passa forzatamente dal Web.
Così oggi tutto si può barattare, a partire dai libri, inserendoli, ad esempio, in un circuito di book crossing dove un solo libro viaggia per il mondo, passa di mano in mano e può raggiungere un numero pressoché infinito di lettori[9].
Poi si possono scambiare le proprie capacità, commisurate in base al valore “tempo”, iscrivendosi alla Banca del Tempo: qui si baratta il “saper fare” costruendo una rete di relazioni umane atte a sopperire ai bisogni quotidiani[10], materiali e psicologici, attraverso l’incontro di persone che mettono a disposizione le proprie capacità ed il proprio tempo, che diventa il valore di scambio equivalente, indipendentemente dal servizio richiesto e/o offerto[11].
Anche il vestiario e il mobilio possono essere barattati in veri e propri swap shop e swap party, ossia negozi e incontri dedicati albaratto[12], parte della swap economy[13]. Qui si scambiano generalmente vestiario ed accessori moda, oppure oggetti d’arredo, ancora in buono stato ma non più utilizzati o graditi dal proprietario, attraverso il contatto diretto che prevede una proposta di scambio con altri “swapper”.
La crisi ci ha costretto a ridurre gli sprechi, cercando anche soluzioni dirette e semplici come scambiare i prodotti in buono stato con altri per allungarne il ciclo vitale, rientrando in un circuito one to one, dove le controparti decidono di comune accordo, in base alle proprie personali esigenze e gusti, il valore della permuta, indipendente dall’effettiva valutazione di mercato.
Non ci solo i siti dedicati o gli eventi a tema, ma anche dei veri e propri “punti di vendita” reali dedicati allo swapping.
La difficoltà ad arrivare a fine mese per un numero sempre più crescente di famiglie ha esteso il baratto anche ai generi alimentari[14], il cibo viene scambiato con altri oggetti, questo, di fatto, testimonia chiaramente la grave e prolungata congiuntura economica negativa che ha investito il nostro paese e che colpisce, in trasversale, la stragrande maggioranza della popolazione.

La necessità di fare acquisti “a costo zero”, o meglio di non lasciare inattive tipologie di prodotti che altrimenti rimarrebbero esclusi dal mercato, pur essendo ancora funzionali, sta diventando una tendenza che genera un vero e proprio mercato parallelo.
E molti altri esempi ancora si potrebbero fare…[15]
D’altronde anche il business non è esente dal “barter[16], ossia la compensazione di servizi e beni scambiati fra aderenti ad un circuito per migliorare l’offerta abbattendo i costi aziendali: un vero e proprio “mercato” dove beni, servizi  e consulenze assumono un valore commisurato ad una moneta complementare riconosciuta valida da tutti i partecipanti al barter system.
Un meccanismo conosciuto in tutto il mondo che oggi si sta diffondendo anche in Italia, perché permette di aggirare le difficoltà all’accesso al credito, di ridurre l’esigenza di liquidità per la propria attività economica e di crescere riducendo i costi[17].
La professionalità e lo scambio diventano fattori essenziali per lo sviluppo economico, attraverso la “monetizzazione virtuale” del baratto, così ogni aderente ha un “libro mastro” di crediti e debiti , a seconda che venda o acquisti beni e/o servizi, valutati secondo parametri monetali complementari ben specificati in tabelle di controvalore chiare e riconosciute da tutti i partecipanti.
Il circuito barter ha il vantaggio di superare il sistema bilaterale di scambio a favore della multilateralità, si acquistano o si vendono beni e servizi in base alle esigenze aziendali da tutti gli aderenti al sistema, senza dover pagare denaro perché tutto viene registrato secondo le valutazioni della moneta complementare, che di fatto regola ogni singola compensazione per il corretto funzionamento del barter.
In più l’obiettivo della barter economy è evitare la tesaurizzazione e favorire lo scambio, sono i beni e i servizi che diventano la vera ricchezza, perché il baratto deve permettere agli aderenti di migliorare la propria attività, accrescere la clientela e ridurre i costi a vantaggio di tutto il mercato ed evitare l’accumulo dei crediti non spesi.

Pop Economy: economia compartecipata

Il baratto, dunque, qualsiasi forma assuma, sta dando ossigeno ai circuiti economici asfissiati dalla crisi, è così diffuso da meritarsi la coniazione di un neologismo adatto a descrivere l’innovazione digitale di questo fenomeno sociale contemporaneo dalle radici ancestrali: pop economy[18].
Un’economia “popolare” che si basa sullo scambio e sulla compartecipazione attiva di tutti gli stakeholder  amplificabile all’infinito grazie al potere del Web. La condivisione delle risorse, sempre più costose e scarsamente accessibili, mette in moto una contro economia reale con effetti positivi e misurabili, a vantaggio dell’efficienza e della sostenibilità economica.
Il concetto principale della popeconomy è condividere, tempo e risorse, evitando gli sprechi e l’individualismo a vantaggio di un sistema compartecipato che prevede un ritorno economico all’interno di un mercato che nasce e si sviluppa attraverso la rete, il punto nevralgico per la pop economy e senza la quale non esisterebbe.
Il Web offre la possibilità ai consumatori di diventare protagonisti attivi del processo economico globale superando la passività propria dell’attuale modello consumistico spinto all’estremo.
La pop economy favorisce la circolazione delle risorse per allungare il ciclo vitaledei prodotti, infatti, l’obiettivo non è accumulare il capitale ma rimetterlo in circolo continuo, evitando la tesaurizzazione a vantaggio di una più corretta, equa e fluente gestione delle risorse.
Valutare ora correttamente il peso del baratto all’interno del quadro globale dell’economia contemporanea è ancora presto, ci vorrà più tempo, ma si può affermare che è un meccanismo in crescita.










B. Saccagno

Biblio linkografia

http://towritedown.wordpress.com/2012/05/02/pop-economy/




[1] Da definizione Baratto, Treccani Onlinebaratto - Scambio diretto di beni contro beni, senza uso della moneta. Corrisponde a uno stadio primitivo della vita economica, quando manca ancora una merce che sia universale mezzo di scambio, perché accettata da tutti come contropartita nelle transazioni…”,
[4] Vedi Le forme dello scambio e i sistemipremonetali e monetali, in Il Mondo dell’Archeologia, 2002, Treccani Online, 
[5] Vedi supra nota 2.
[6] In economia esistono diverse forme di baratto classificate in base alla tipologia: diretto, indiretto, baratto con commercio muto, vedi definizione Baratto, Dizionario di Economia e Finanza, 2012, Treccani Online e http://fadest.uniud.it/org/ilcliente.pdf
[7] Seppure, per essere precisi, anche in epoche più antiche i vocaboli “baratto” e “barattiere” erano spesso utilizzati per indicare la truffa e l’inganno, vedi definizione Baratto, Enciclopedia Dantesca, 1970, Treccani Online, 
[8] Da voce Baratto, Dizionario di Economia e Finanza, 2012, Treccani Online, “Il commercio elettronico via internet, abbattendo i costi di ricerca per la facilità dei collegamenti e l’accesso all’informazione condivisa, ha permesso la nascita di reti di baratto on-line tra consumatori o imprese.” “http://www.treccani.it/enciclopedia/baratto_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/
[9] Per entrare nel circuito di book crossing un libro deve essere registrato, ricevere un’etichetta e un codice che gli permette di essere seguito attraverso il Web nelle sue peregrinazioni, di mano in mano e di luogo in luogo; per conoscere tutti i dettagli e le possibilità vedere http://www.bookcrossing-italy.com/ 
[10] Da Tempomat, Guida per creare una banca del tempo,  “1) Cos'è la Banca del Tempo  Le Banche del Tempo italiane sono: "libere associazioni tra persone che si auto-organizzano e si scambiano tempo per aiutarsi soprattutto nelle piccole necessità quotidiane". Diversamente dai L.E.T.S. inglesi, nelle B.T. italiane non avviene scambio di merci o di prestazioni con un valore di mercato valutabile…”, 
[11] Nella banca del tempo è proprio il tempo ad essere il valore di scambio, fra le tante realtà ad esempio http://www.associazionenazionalebdt.it/, http://www.tempomat.it/nuovo_elenco.asp, http://www.banchedeltempo.to.it/
[13] Swap Economy, economia dello scambio, basata sul principio del baratto, della condivisione e della sostenibilità
[15] Ad esempio il couchsurfing,  il https://www.couchsurfing.org/  http://it.wikipedia.org/wiki/CouchSurfing  o nelle comunità di baratto come http://www.zerorelativo.it/
[16] Il Barter Trade è nato come sistema di scambio fra paesi diversi per grandi operazioni commerciali, generalmente fra materie prime e servizi
[18] Pop Economy, L’economia del mutuo soccorso, di Loretta Napoleoni, in Wired, 2010

Cultura è economia








Per qualche irrazionale motivo si pensa che economia e cultura, arte e produttività siano mondi incomunicabili che si muovono in direzioni opposte.

In realtà la cultura è tutto ciò che: l’uomo sa, fa, produce, conosce e vive. Siamo noi, l’uno e il tutto. L’oggi, l’ieri e il domani.

I consumatori cambiano, si evolvono, cercano il giusto equilibrio in tempo di crisi e, dopo tanto oblio, tornano a cercare la qualità e il corretto rapporto con l’equo prezzo.

Si erano dimenticati dell’importanza della “conoscenza” del prodotto, del produttore, della filiera e, in tempi di social a-sociali, riscoprono il contatto con i beni che consumano.

La pubblicità non basta più, i modelli standardizzati sono obsoleti e non rispecchiano il mercato, prova ne sono i fallimenti di advertising communication di grandi marchi (Costa, McDonald, Yamamay).
Cosa fare allora?

Ritornare a comunicare i valori e il know how proprio di un’azienda, raccontare al consumatore davvero cosa si è e cosa si fa, attraversando il concetto di consumatore-colui che è consumato per arrivare a -colui che è il motore vero del guadagno economico aziendale.

La cultura e il messaggio culturale sono le basi imprescindibili per raggiungere un valore aggiunto che il nostro mercato può e deve dare: la qualità, vera, al consumatore.

Economia aziendale significa anche, e soprattutto, valorizzare in senso culturale (ossia ciò che: sono, produco, faccio, credo, esporto, guadagno, offro, immagino) la propria essenza produttiva, per integrarla nel sistema di entrate d’impresa vere e proprie.

Gli slogan e la pubblicità passano e non bastano, a volte, pur con costi altissimi, ritornano indietro come boomerang sulla fronte (vedi supra), ma il valore culturale dell’azienda, la sua qualità, la sua “trasparenza” se, raccontati in modo originale, inconfondibile e chiaro diventano un segno positivo spendibile nel presente e nel futuro.

Un processo cognitivo  di conoscenza, Knowledge cultural biz, che può rendere competitive e vincenti le imprese, anche nella sfida con mercati emergenti, dove la qualità e il know how sono, spesso, cancellati dalla logica di una concorrenza che si muove su orizzonti ben lontani dalla tutela del consumo, del prodotto, del produttore e del consumatore.












B. Saccagno



Biblio linkografia


L’Europa, questa sconosciuta





Oggi l’Europa, o meglio l’Unione Europea, è argomento ostile, quasi fosse la colpevole aggregata unica della crisi globale che ha colpito l’Occidente.

Si parla di fiducia, di condivisione e di sistema di rigore che impone “lacrime e sangue” per risanare bilanci e salvare gli Stati più in deficit, vedasi Grecia (ma non solo). “L’Europa impone” e fra le righe si legge “Germania dice che” e, così, ci si sente vassalli di un reame più che Stati membri di un’entità economica e politica unitaria.

L’Inno alla gioia pare ormai un ironico e sardonico canto del cigno per un’unità disomogenea che stenta a “prendere il volo”.
I media fanno rimbalzare in loop le parole: crisi, tassazione, disoccupazione e similia, concludendo che manca la “fiducia, la base di tutti i rapporti umani in senso trasversale e circolare.

Fidarsi non è per nulla scontato, né semplice in un momento come questo, dove si sgretolano tutte le assodate certezze sul presente e sul futuro, ma viene a deficere a monte qualcosa di ancora più essenziale, a mio avviso, la capacità di sentirsi uno Stato sovranazionale unico formato da macro regioni.

Si dovrebbe prendere a modello un sistema statale di tipo americano, dove, a discapito delle differenze locali, vi è un’unità forte rappresentata dal suo presidente e dal fatto di sentirsi prima di tutto “americani”, di fatto, poi, pure loro sono un melting pot di recente storia ma non è un limite, semmai, un fattore di coesione ulteriore.

All’Europa manca l’orgoglio di appartenenza e una vera regia unitaria a livello economico e politico, senza una predominanza di uno, o pochi paesi; le decisioni e i piani programmatici d’intervento per la crescita dello Stato Europa dovrebbero costruirsi in ottica corale e a vantaggio di tutti, o meglio di una, l’Europa.

Per diventare davvero un colosso competitivo sui mercati mondiali, potenziando, di fatto, l’euro e la sua “zona” bisogna abbandonare i particolarismi e usare la logica razionale economica della scelta dell’eccellenza: di idee, di progetti e di sistemi economici e produttivi, per arrivare ad un’uniformità che possa migliorare la qualità della vita attraverso la crescita.

Fondamentalmente noi italiani recepiamo poco, male e tutto il positivo lo lasciamo fuori dalla porta, nascosto sotto lo zerbino, per non cambiare il nostro modo di fare tuttoitalico d’ancien régime: burocrazia d’altri tempi, balzelli d’ogni tipo, irregolarità, clientelismo, difficoltà d’accesso al credito, scarso sostegno alle imprese, concorrenza irrigidita e si potrebbe andare avanti all’infinito.


Se si selezionasse in modo ottimale e super partes tutto ciò che di meglio esiste sul suolo europeo, se si imponessero leggi sovranazionali in materia economica e di sviluppo concreto recepite in modo unitario da tutti, se l’economia fosse il perno d’unione a saldare tutte le cellule verso obiettivi comuni e condivisi si potrebbero finalmente raggiungere standard uniformi di qualità della vita, ridisegnando la cultura della sostenibilità in tutte le declinazioni, oltre la crisi.









B. Saccagno

venerdì 18 luglio 2014

Cibo, salute e ricchezza



Tutti sanno che il cibo è salute.
Una corretta alimentazione e una costante attività fisica sono la miglior cura preventiva per ridurre i rischi di malattie gravi.

Le campagne pubblicitarie per la promozione dei corretti stili di vita (come ad esempio la rete europea Salus o il programma “Guadagnare Salute” del Ministero della Salute) puntano sia a migliorare la salute dei singoli cittadini, sia al contenimento dei costi sanitari, perché prevenire è meglio che curare, dice il proverbio, e, elemento non secondario, costa meno.
L’informazione, la conoscenza e l’attenzione alla salute sono argomenti che dovrebbero essere in cima alle priorità delle agende governative e della vita dei singoli cittadini, visto che l’alimentazione è vita e salute.
Però, la questione da affrontare è un’altra, la corretta alimentazione è inversamente proporzionale alla ricchezza economica di una popolazione.

Fra Medioevo ed età Moderna la gotta era la malattia del benessere, i ricchi per dare sfoggio del denaro posseduto s’ingozzavano di carni, salse, cibi elaborati e vini in quantità esagerata, mentre i poveri si nutrivano di cibi più sani, quelli che oggi sono stati rivalutati e sono di gran moda, ma in quantità troppo esigua per un’alimentazione adeguata agli sforzi fisici a cui erano costretti o troppo monotematica.
Nel contemporaneo chi ha redditi più elevati può permettersi una sana alimentazione, i migliori alimenti per la salute, frutta e verdura biologica, di cucinare ricette semplici ma con ingredienti eccelsi (quelli dei poveri di un tempo…) e sostenere i costi di un’attività fisica continuativa nelle strutture attrezzate.
Per tutti gli altri, una rilevante fetta della popolazione, è molto difficile potersi alimentare correttamente.

I costi per il cibo sono lievitati, anche se di stagione, e la riduzione del budget famigliare costringe al risparmio, spesso scegliendo prodotti meno genuini, meno sicuri, poco controllati e con una filiera non sempre trasparente.
La riduzione dei costi genera una spirale negativa su un asse temporale di lungo periodo: la qualità è sacrificata in nome di un risparmio fittizio, si seguono abitudini alimentari errate e i rischi di malattia crescono in maniera esponenziale.  
Alcun icibi escono dalla dieta quotidiana, i pasti diventano più monotematici e l’alimentazione al risparmio aumenta l’apporto di componenti dannose per l’organismo, ad esempio l’eccessiva presenza di grassi e di zuccheri, con un conseguente aumento delle malattie, l’obesità in primis.
Una delle malattie croniche più diffuse, insieme al diabete, negli strati più poveri dei paesi ricchi di oggi (basti pensare, ad esempio, agli Stati Uniti dove si fa largoconsumo del burro di arachidi o del fast food,ricchi di grassi e zuccheri, economici e capaci di saziare).

Il punto nodale da risolvere è proprio questo: è necessario garantire un accesso equo e diffuso ai cibi di qualità, per favorire la corretta alimentazione a tutti i livelli, riducendo la spesa sanitaria pubblica, di conseguenza, quella dei privati cittadini e le incidenze delle malattie croniche e gravi.
Si stanno facendo molti passi in questa direzione, ma non basta, la diffusione del biologico e del km 0 sono trend in crescita, purtroppo questa micro economia non è sostenuta in maniera sufficiente dalle politiche governative a sostegno della crescita e dello sviluppo.
Bisogna trovare il giusto equilibrio fra qualità e prezzo e creare una cultura del cibo, la conoscenza dei prodotti, favorendo il  rapporto fiduciario diretto fra produttori, venditori ed acquirenti.  

Le governance dovrebbero impegnarsi a premiare, in modo trasparente e meritocratico, le imprese che utilizzano ingredienti i di qualità per i loro prodotti, riducendo le sostanze non salutari per il nostro organismo (grassi, zuccheri, coloranti, conservanti, etc) e che seguono un percorso di filiera sostenibile, non solo premiandole con sgravi fiscali ma con campagne di promozione culturale mirate, dirette ad educare il consumatore nella scelta consapevole.  
Bisognerebbe, poi, semplificare maggiormente le etichette, i caratteri sono piccoli, le indicazioni sono distribuite sulla confezione in maniera disomogenea, ci va molto tempo per leggerle e confrontarle. Le etichette dovrebbero esser scritte in caratteri più grandi e andrebbero sottolineati in chiaro gli elementi meno salutari.
Se ci fosse una volontà precisa, a livello nazionale e sovranazionale, di sostenere appieno la qualità e la salute, sarebbe più semplice uniformare la comunicazione attraverso iniziative a larga scala che valorizzano le aziende virtuose e sostengono il consumo intelligente.
Promuovere la cultura economica della salute, favorire l’economia sostenibile, in primo luogo nazionale, e ridurre i costi in trasversale sarebbero i primi passi per attuare politiche di prevenzione e di salute diffuse.

L’unità di intenti, la conoscenza e la trasparenza, supportate da tutti gli attori in campo, andrebbero a discapito delle aziende meno virtuose, a cui non si chiede di sparire dal mercato ma di migliorare la qualità dei loro prodotti.
La cultura dell’alimentazione e della salute (sapere cosa si mangia, da dove viene, la stagionalità, il fabbisogno giornaliero, come sono prodotti, etc), usando un linguaggio chiaro, diretto e più attrattivo, e un’equa politica qualità/prezzo sono i punti chiave per realizzare una buona economia di tutto il comparto sociale, sanitario e agro alimentare di un territorio.











B. Saccagno


Biblio-linkografia



Linee Guida per una correttaalimentazione, pubblicato da INRAN (Istituto Nazionale di Ricerca sugli Alimenti e la Nutrizione)


Alimentazione corretta per la prevenzionedei tumori  pubblicato da AIRC (Associazione Italiana Ricerca contro il Cancro)

Obesità e diabete:





Economics Ring




L’economia è un cerchio, un circolo che se virtuoso permette ad un territorio di crescere a ritmi elevati, forse non sempre sostenibili ma che offre a tutti, o quasi, la possibilità di costruirsi una vita accettabile, se non migliore.

L’anello ruota intorno al lavoro e all’uomo, semplicemente: si crea il lavoro, si produce, si riceve un corrispettivo, equo, per la prestazione lavorativa, si rimette in circolo il denaro attraverso, non solo il pagamento di imposte e tasse, ma l’acquisto di beni e servizi, ovviamente oltre i bisogni primari.
Si consuma, si riproduce, si compera e così via. All’infinito, si rotola.

In un sistema razionale poi vi è un equilibrio (o almeno lo si ricerca) nelle variabili sfruttamento/ produzione/ consumo delle risorse, comprese quelle umane, ad esempio i giovani, che dovrebbero entrare nel mondo del lavoro presto, e le donne, avendo pari dignità e peso nella catena produttiva, così si potrebbe agevolmente contribuire al sostentamento delle quote pensionistiche di chi è uscito dal lavoro, giustamente, per età avanzata. Si aggiunga valore alla meritocrazia, tasto dolente italico.

Il sistema economico si ossigena attraverso i supporti, non solo economici ma soprattutto legislativi e di snellimento burocratico, che lo Stato riesce a dare ad imprese e cittadini per far girare, come l’acqua, la ruota.

Prosaicamente in periodi di crisi non s’inasprisce, come ora, la tassazione dell’indispensabile né si paralizza di fatto l’accesso al credito, né si lasciano inalterate burocrazie imperiali d’altri tempi che allontanano gli investitori: questo è il vero problema, non di certo, o non esclusivamente, il tanto pubblicizzato articolo 18.

In questo momento la pressione fiscale è aumentata a dismisura, e non ci vogliono grandi esperti per stilare salassi non equamente distribuiti, con il solo risultato di raggranellare nel brevissimo una cifra stimata “all’incirca”, nemmeno poi così elevata, paralizzando, però, l’intero sistema economico con il conseguente depauperamento di tutto il territorio, questo su medio lungo periodo.

Alzando Iva, imposte e tasse, dirette ed indirette, si alleggeriscono le già scarse entrate delle famiglie italiane, che faticano a trovare un lavoro, perché le aziende non assumono e non offrono retribuzioni adeguate né sicurezza del posto di lavoro, di per sé già notevolmente flessibile.

La disoccupazione, poi, colpisce le fasce deboli, donne, giovani e anziani, ormai l’età pensionabile è stata spostata ad una soglia da “casa di riposo”, a questi si aggiungono i cassaintegrati e il quadro si fa desolante.

Le entrate diminuiscono, le spese fisse, i costi vivi, aumentano riducendo il paniere  e assottigliando il potere d’acquisto.

Tutto questo ricade nel cerchio, ossia sulle aziende e sui professionisti uninominali, definiti imprenditori, direi forzati, o più concretamente partite Iva caldamente suggerite per evitare assunzioni reali.

Trasformarsi in uno Stato “venditore”, di servizi e beni non durevoli e superficiali, riducendo il Welfare e cancellando il lavoro e il saper fare, è la via per fare della crisi una situazione cristallizzata nel tempo e non un periodo temporaneo, in cui, fra l’altro si dovrebbe dare spazio agli stimoli e alla creatività, potenziando e premiando il lavoro e chi ne crea, soprattutto se innovativo: non ostacolarlo.









B. Saccagno

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