martedì 15 settembre 2015

Intervista ad Alberto Gallo






Presidente dell'Associazione Arcipelago Piemonte 
e CTA presso piemex.net/



Cos’è e come funziona lo SCEC?

«Buongiorno Barbara, e grazie per l'invito a parlare di questo strumento.
Cercherò volentieri di dare qualche indicazione utile, convinto come sono che è sempre più importante riflettere su alcuni concetti chiave come quello del denaro, ma anche e soprattutto sul concetto di valore.
Troppo spesso infatti ho notato che, parallelamente a discettazioni più o meno corrette sul funzionamento del denaro, si affiancano proposte a mio avviso dal respiro corto, nel senso che si occupano di trovare modi alternativi per immetter semplicemente nuovo denaro nel sistema, attualmente asfittico. Le conseguenze di un approccio così inteso rischiano di essere inaspettate dagli stessi promotori: si rischia, in estrema sintesi, di fornire una stampella a un capitalismo che dovrebbe viceversa esser lasciato morire di morte naturale, o meglio riformato dalla radice, a partire dal concetto di valore.
In questo panorama così variegato, che parte dalla critica all'attuale sistema socio-economico, i progetti delle cosiddettemonete sociali” (termine che vuole escludere le monete complementari/alternative/locali di pura vocazione di business), si staglia con nettezza il progetto di Arcipelago Scec, proprio per un'intuizione valoriale che discosta di molto da altre iniziative.

In estrema sintesi, lo Scec è il simbolo di un accordo tra persone, associazioni, aziende, enti locali e istituzioni in generale, che si accordano appunto per utilizzare lo Scec (una sorta di “unità di misurazione di valore” ad adesione volontaria) per agevolare degli scambi economici e sociali che promuovono un nuovo modello di sviluppo, che non è inteso come crescita nella produzione di beni, ma come crescita della convivialità per dirla con Ivan Illich, precursore di ragionamenti fondanti la recente convergenza attorno all'apparentemente tautologico concetto del buen vivir”.
Lo Scec viene emesso a livello nazionale da un'associazione senza scopo di lucro (Ass. Culturale Arcipelago Scec), che è articolata a sua volta in varie associazioni regionali, per avvicinarsi alle reali condizioni di sviluppo del circuito.
Cosa vuol dire emesso?
Vuol dire che esattamente come il denaro, è messo in circolazione per agevolare gli scambi. Solo, il meccanismo di emissione è antitetico al meccanismo usato dal denaro, e anziché esser addebitato alla comunità che lo utilizza (come succede per euro, dollaro e via dicendo), lo Scec viene al contrario accreditato, o emesso a fronte di prestazioni con un valore sociale riconosciuto.
Se il debito (moneta a corso forzoso-obbligatorio) crea sfiducia, e le sue conseguenze (la coperta che si fa sempre più corta, per sintetizzare) creano competizione, il credito viceversa (così come la volontarietà rispetto all'obbligatorietà) crea fiducia e collaborazione.
Accettare lo Scec vuol dire far parte di un patto sociale che ha queste premesse, per cui il suo sviluppo potrebbe portare alla valorizzazione di alcune pratiche come il volontariato e i suoi connessi valori, così come la fiducia e la solidarietà in senso lato.
La portata culturale di questo progetto è enorme, perchè è un ponte verso l'economia del dono, che si concreta quando “vesto” il denaro di un patto sociale diverso. Invece che “sterco del demonio”, il denaro può diventare strumento utile a svilupparci ma sul serio: non quindi uno strumento per costruire più macchine del nostro vicino, ma uno strumento per evolverci umanamente.
Lo Scec, una volta messo in circolazione, viene utilizzato per “misurarelo sconto (fino ad un max del 30%) che le aziende o professionisti con p.iva vogliono riconoscere agli aderenti allo Scec. Lo sconto così viene pagato in Scec e risulta fuori dall'imponibile (essendo un buono sconto fiscalmente riconosciuto come tale), così l'esercente che ha fatto gli sconti non ha perso potere d'acquisto (nel caso in cui riesca a rispendere gli Scec nel circuito) e anzi ha abbassato l'imponibile per ogni singola unità venduta.
C'è da dire anche, però, che con una politica di sconto così impostata, anche nuovi clienti vengono attirati (perchè potranno pagare una parte del prezzo in Scec, che gli son stati regalati, o che hanno guadagnato con un'azione virtuosa), quindi il gettito fiscale complessivo aumenterebbe addirittura, con buona pace di quelli che per partito preso si propongono di difendere il sistema esistente nonostante le evidenti assurdità che comporta. Non apro certo qui il tema fiscale...ma ho fatto questo esempio solo per indicare che il realismo che si ferma fino alla punta del naso, è più pericoloso della cecità totale, per dirla con Dostoevskji.
Gli Scec possono anche esser usati al 100% quando l'accettatore non esercita l'attività con una p.iva associata: si aprono quindi gli spazi per incentivare lo scambio di beni usati (o riparati!), o per dare luogo a scambi di prestazioni lavorative che siano più variegate di quanto normalmente può esser possibile con le BdT (banche del tempo), dove per principio fondante ogni ora di lavoro vale quanto qualunque altra (tagliando però fuori chi ancora non ha raggiunto tale livello di illuminazione...soprattutto se appartenente a mestieri per cui una grande preparazione o responsabilità rende giustificabile un maggior costo orario).
Anche come innesco di una nuova attività, o per agevolare soprattutto le associazioni nello svolgere le loro attività (già in linea con la visione promossa da Arcipelago Scec) lo Scec potrebbe svolgere un ruolo cruciale. Tutto questo, a patto che si venga a conoscere lo strumento e la visione, e che ognuno se ne faccia ambasciatore in prima persona!».

Dacci una tua personale definizione di “costruttore del nuovo”
«Cavolo...non l'ho formulata io, ma la sottoscrivo in pieno.

L’economia del dono viene spesso sottostimata perché misura un valore che si svincola dal sistema finanziario in atto, perché misura qualcosa che non può essere calcolato secondo le regole vigenti poiché non genera reddito e ricchezza, eppure nella realtà sono valori fondamentali per lo sviluppo e la sopravvivenza di ogni contesto sociale. Di fatto ogni comunità, in scala micro e macro, si basa proprio su questa silente economia per continuare ad esistere, basti pensare, ad esempio, al valore tempo che ogni individuo mette a disposizione nelle sue connessioni quotidiane e che, al contempo, riceve in cambio.  Possiamo misurarlo dandogli un giusto valore?
Possiamo definirlo un gesto economico che apporta benefici, che produce qualcosa, che aumenta il potenziale esistente?
Qual è il tuo pensiero in merito all’economia del dono?

«Mi scuso in anticipo per non riuscire a condensare in una risposta il mio pensiero...ma proverò un'operazione di sintesi.
Con la tua domanda hai centrato in pieno gli aspetti che rendono difficile concepire alcuni aspetti della vita quotidiana come portatori di valori economicamente intesi come tali.
La misurabilità ha ipso facto a che vedere con il concetto di quantità, mentre i valori dell'economia del dono sono senza dubbio incentrati sull'aspetto qualitativo del valore. A questo proposito, vorrei ricordare in breve cosa è successo all'utopia di Keynes sulla capacità di redenzione del capitalismo: nel 1928 davanti ad una platea di studenti l'illustre economista dipinse i contorni della sua personale utopia riguardante il capitalismo. Sosteneva infatti che il capitalismo fosse necessario come “fase transitoria” per incanalare le degenerazioni umane in funzione di una produzione efficiente di prodotti e servizi (la vecchia idea di Smith e poi Mandeville, di vizio privato come pubblica virtù). Nel giro di 100 anni l'aumento di produttività avrebbe donato all'umanità la possibilità di vivere in pace, riducendo in modo sostanzioso il tempo dedicato all'attività lavorativa. Le previsioni di Keynes sulla produttività si sono avverate...ma l'uomo non è stato in grado di saziare il suo appetito con i beni a sua disposizione, poiché al di là dei beni “necessari” ad una vita dignitosa si affiancarono ben presto, per poi prendere il sopravvento, i beni “posizionali”, il cui senso è legato indissolubilmente ad un'idea di supremazia su altre persone. Succede così che beni “di moda” (desiderati perché altri ce li hanno), “snob” (desiderati perché altri non li hanno) e dei beni “Veblen” (la cui funzione è quella di esser una sorta di “pubblicità” della ricchezza, perché valutati in base al loro costo prima di tutto) hanno reso impossibile sostenere una crescita in termini di benessere che accompagnasse una crescita produttiva.
È successo invece l'opposto, e non si vede come la situazione potrebbe cambiare, anzi la spirale degenerativa è già ben evidente: se traiamo soddisfazione da una posizione di superiorità invece che da una sensazione di appartenenza e condivisione, siamo destinati ad avere eterne frustrazioni come specie umana. Solo un cambio paradigmatico che porti alla luce i valori più “sottili” e meno grossolani può invertire la tendenza.
L'economia del dono in particolare è strettamente legata al tema delle monete sociali, perchè implica l'instaurazione di un rapporto fiduciario, che è lo stesso che permette all'economia del dono di funzionare, di fatto avvicinando l'umanità a quell'utopia che è alla base della migliore letteratura anarchica: l'uomo svincolato da obblighi che per spirito di amore verso il suo prossimo libera finalmente la sua parte spirituale (se mi si consente il termine) per completare un'evoluzione che sempre più appare urgente non più in termini di crescita materiale, quanto di crescita interiore.
Sciolto il patto faustiano del capitalismo (che in Goethe, in piena rivoluzione industriale ha un lieto fine, ovvero l'anima di Faust che va in paradiso per le buone intenzioni, mentre posteriormente, dopo la seconda guerra mondiale con Mann finisce per impazzire, ovvero la versione laica dello status infernale), l'uomo che vive secondo l'economia del dono può ambire a stringere un patto con la sua parte celeste, dove non ci sono contraddizioni tra mezzi e fini.
Quanto appena scritto credo possa far intuire quanto sia difficile il passaggio cui stiamo tendendo, ma al contempo può mitigare la paura di non trovare un “giusto corrispettivo” per attività che per loro natura hanno poca vocazione a esser quantificate dunque paragonate. Ciononostante, soprattutto in una fase di transizione verso questo modello credo sia di importanza capitale creare modelli di riferimento trasparenti innanzitutto, per raccogliere e modellare il nuovo sistema a seconda del valore percepito dalla comunità di riferimento».  

La crisi ormai cronica che attanaglia il mondo in generale e l’asfissia auto generata del mercato, paralizzato per la mancanza di fiducia che frena la circolazione di denaro, ma anche di idee e di sfide da intraprendere, ci ha spinti a ricercare nuovi sistemi alternativi che possano muoversi in parallelo cercando di cambiare i paradigmi finanziari attuali rimettendo al centro il capitale umano quale punto imprescindibile di partenza per ripartire ricostruendo un’economia capace di misurare il valore in modo equo. Le monete complementari e Arcipelago Scec sono parte di questa evoluzione, tu ne sei profondo conoscitore e parte attiva, per cui hai il polso della situazione, puoi dirci a che punto stiamo oggi?

«Ehm...no.
Intendiamoci, quello che intendo è che la quantità di variabili è tale da rendere pretenziosa a mio avviso qualunque previsione sull'evoluzione di questi strumenti. È possibile tracciare vari scenari, ordinati per probabilità, ma sono certo che questa classificazione per ordine di probabilità potrebbe trovare innumerevoli discordanze.
Ora che ho scansato il ruolo di Cassandra, dico la mia senza pretendere di aver l'ultima parola: l'uomo si muove per soddisfare delle necessità, e le necessità più tradite in questo periodo storico (almeno nel nostro mondo occidentale) sono quelle rappresentate da valori “umani” e non materiali.
Da qui, il mio ottimismo sull'evoluzione di queste dinamiche, che sono in grado di ristabilire un certo equilibrio tra necessità “de panza” e quelle “de core”.
Ora si assiste ad un gran fermento, e anche a livello istituzionale ci sono certe aperture, anche se ristrette a progetti meno destabilizzanti di quanto può esser Arcipelago Scec.
Guardo con interesse anche l'esperimento di Faircoop, che vorrebbe creare una piattaforma cui tutta l'economia anticapitalista mondiale possa convergere e creare valori in grado di sovvertire gli equilibri (precari a dir poco) attuali, anche grazie ad una criptomoneta (Faircoin) che sembra poter eliminare o quanto meno mitigare gli aspetti più contraddittori di Bitcoin e compagnia cantante.
L'Europa e l'Italia in particolare sono in una posizione privilegiata per esprimere con forza alternative percorribili, il cui successo è legato a filo doppio alla capacità che avremo di unire i mille rivoli del cambiamento in una direzione coordinata. Ed il coordinamento passa attraverso il patto sociale necessario a una nuova fattispecie monetaria, in grado di promuovere quanto sopra». 

È quasi sintomatico che quando si parla di gratuità, solidarietà sociale, scambio e persino di fiducia ci sia un atteggiamento iniziale piuttosto diffidente, sovente anche da parte di coloro che più dovrebbero afferrare il concetto, probabilmente molto è dovuto ad una forma mentis che ci è stata inculcata e che ci porta a temere qualsiasi cosa esca dai binari che ci propongono come gli unici possibili. Tutto quello che è semplice, logico e di fatto parte della nostra storia umana oggi ci sembra lontano ed inattuabile, siamo sempre tentati di primo acchito di chiuderci in difesa, evitando di conoscere.  Altre volte, una sorta di chiusura arriva anche da chi propone la condivisione e lo scambio per cambiare il sistema verso chi “non vuole capire”, questo però lascia di fatto dei vuoti che si dovrebbero cercare di colmare, perché acculturare è un passo fondamentale per cambiare. Avendo tu una lunga esperienza, qual è la tua personale ricetta per riportare la fiducia al centro dei rapporti sociali che comprendono ovviamente anche quelli economici e culturali?

«Hai toccato un altro punto cruciale. Un vero e proprio nodo gordiano in realtà, che necessita di un taglio netto con quanto abbiamo appreso, per approdare ad una dimensione nuova, e non semplicemente un nuovo vestito su un corpo malandato.
E' altrettanto vero che un atteggiamento prometeico o giudicante ostacola questo passaggio, per cui credo che il processo ideale sia quello intrapreso dal gruppo de Italia Che Cambia: i ragazzi che hanno iniziato a mappare le realtà del cambiamento in Italia e che ora, caso più unico che raro, hanno guadagnato il rispetto e la credibilità da ogni realtà che hanno toccato.
Come hanno fatto?
Beh, innanzitutto hanno iniziato riconoscendo il buono che c'era nelle realtà esistenti. Questo ha permesso di instaurare un dialogo, che altrimenti sarebbe stato compromesso.
Riuscire a empatizzare con i nostri interlocutori è fondamentale, per cui suggerirei semplicemente di agire in gruppo per quanto possibile, adottando sistematicamente processi di facilitazione per agevolare una comprensione più profonda, e soprattutto perseguire una creazione di reti di supporto che partano dalle associazioni di persone, e da reti già esistenti di persone che si conoscono e si stimano.
La fiducia si instaura con l'empatia e non con il giudizio, ma la nostra mente raziocinante, il nostro emisfero cerebrale sinistro (e maschile...) che è sovra-sollecitato non ha gli strumenti per uscire da questo vicolo cieco.
In pratica, c'è bisogno di dare respiro al nostro emisfero cerebrale destro, emotivo e femminile, capace di intuito e di connessioni profonde. Anche il linguaggio non è adatto a questo (in queste risposte ho spesso parlato di “uomo” per intendere “umanità”, per esempio..), ma se è vero che siamo entrati in una fase di cambiamento astronomico, chissà che non possiamo aprirci anche a questa spaventosissima possibilità: abbandonare l'approccio rapace e predatore tipico di una mente calcolatrice e adottare l'approccio amorevole e di condivisione che fa pur sempre parte di noi, anche se a fatica riusciamo a immaginarcelo come capace di soppiantare il modello esistente.
Ma tornando ai ragazzi de Italia Che Cambia, che cosa hanno fatto loro?
Hanno introdotto concetti (maschio) o ricevuto stimoli (femmina)? “La seconda che hai detto” direbbe Guzzanti...».


Quali sono secondo te i punti più deboli da sviluppare in Arcipelago Scec per potenziarlo e per migliorare la sua diffusione concreta?

«Credo di averli nominati in ordine sparso sopra, ma li riporto qui per comodità: bisognerebbe innanzitutto riuscire a coinvolgere le associazioni, prima di tutto conoscendole e apprezzandone lo sforzo, per poi semplicemente offrir loro la possibilità di adottare uno strumento nuovo nella loro progettazione, che permetta loro di perseguire con più efficacia e coerenza i loro fini sociali.
A cascata, con una maggior partecipazione, crescerebbe anche l'efficacia nella gestione dello strumento stesso, e ci scommetto anche nuove possibilità di utilizzare lo Scec in contesti che magari ancora non abbiamo immaginato.
A livello personale, gli attivisti di Arcipelago Scec vorrei sapessero adottare il sopra citato approccio femminile, anzi materno. Senza di questo sennò come può nascere qualcosa?».

Tu hai conoscenza diretta dei sistemi di economia sociale dell’America Latina, dove sicuramente le condizioni di vita e le risorse sono certo meno “ricche” delle nostre economie occidentali, quali sono le differenze fra il nostro pensiero ed il loro e cosa dovremmo imparare dal loro esempio per riuscire finalmente ad uscire dallo stallo economico che prima di tutto è mentale?

«La dimensione comunitaria sembra esser più vicina a chi non vive nell'abbondanza materiale.
Lo stesso Kropotkin scriveva le sue pagine più alte avendo davanti a sé una società la cui povertà di mezzi rendeva quasi inevitabile una collaborazione, pena la morte.
Quello che ho visto con nettezza è che si riesce in quei contesti a ridimensionare l'ego ipertrofico che inquina la nostra società, che è fondamentalmente individualista.
La dimensione comunitaria assume un valore superiore, che sublima in qualche modo gli sforzi individuali, armonizzandoli.
La nostra società viceversa sembra un'orchestra di virtuosi musicanti...che però suonando senza ascoltare gli altri creano cacofonia e frustrazione per i risultati che ben lungi dal sommare le singole capacità sembrano vanificare degli sforzi individuali notevoli.
Mi piace pensare alla permacultura nei termini più radicali, e per progettare una società secondo le indicazioni che ha dato questa nuova branca di studi, è essenziale utilizzare al meglio le energie a disposizione.
Dunque, è ora di prendere atto di questa semplice constatazione: chi fa da sé...si sta masturbando».


Quanta diseconomia di scala c’è in quello che noi pensiamo economico?

«Rispondo con un'immagine.
In fondo, riassume abbastanza bene il fatto che il nostro concetto di “efficienza economica” è ben distante dall'effetto “a cascata” che ci si ostina a indicare come risolutivo.
In termini più generali poi, la discussione potrebbe esser fuorviante, perchè dovremmo analizzare la gestione delle risorse per rispondere adeguatamente a questa domanda, ma per non cascare in ragionamenti utilitaristici mi limito ad indicare che una società così disuguale non può esser né pacifica né improntata al “buen vivir”.

Neppure per quei pochi in condizione di ricchezza, che al contrario di quanto si possa pensare sono ben lungi dal poter stare rilassati nel loro benessere materiale, costantemente minacciato da chi compete per rubargli un posto  
al sole».                                                                                Immagine tratta da  Illustrazione 1:  
                                                                                                        Fonte: http://utopiarazionale.blogspot.it/2014/08/tra-inquinamento-guerre-fame.html
















Barbara Saccagno